Bhutan. Settembre 2009

Bhutan, il piccolo regno protetto dagli dèi



20/9/2009 - 5/10/2009

L´accesso è a numero chiuso.
La burocrazia per ottenere i visti è abbastanza macchinosa.
Il costo giornaliero per visitare il Paese non è indifferente.
Ma l´eccezionalità del viaggio vale assolutamente la pena.
Abbiamo visitato alcuni monasteri buddisti, splendidi e protetti da una natura incontaminata (la "Tana della Tigre" è in una posizione assolutamente mozzafiato).
Abbiamo assistito a due festival religiosi (tsechu) che ci hanno offerto un´esperienza impagabile.
Siamo riusciti a trascorrere una notte nella cella di due monache presso l´istituto monastico di Wang Sisina, dove siamo stati invitati dal lama a unirci alla preghiera comune durante la settimana di meditazione.
E abbiamo provato la "hot stone therapy" in una fattoria di Paro, immersi in una vasca di acqua bollente cosparsi di erbe curative.
Meraviglioso.

Ecco il racconto per immagini :)


La Partenza - Domenica 20 settembre
Druk Yul o Paese del Drago Tonante è il nome del Bhutan, un piccolo regno schiacciato tra i giganti India e Cina dove ancora oggi è possibile entrare in contatto con i principi del buddismo tibetano sopravvissuti quasi intatti ai grandi sconvolgimenti del XX° secolo.
Siamo affascinati da questo piccolo paese che calcola la felicità interna lorda invece del PIL e dove l´accesso dei turisti è controllato per evitare che le usanze locali siano contaminate da un eccessivo afflusso di stranieri.
Certo, questo paese rimane abbastanza sconosciuto ai più. Molte persone a cui comunichiamo la meta del nostro viaggio rimangono perplesse, ma per coloro che lo conoscono il nome evoca le suggestioni dell´ultimo Shangri-la.
Iniziamo a preparare il viaggio molti mesi prima, le difficoltà burocratiche non sono poche e pianificare tutto è complicato; le coincidenze dei voli ci mettono a dura prova e spesso sono tentata di lasciar perdere. Ma Adriano tiene duro e alla fine riusciamo a organizzare tutto.

Da e per il Bhutan vola solo la compagnia di bandiera, la Druk Air che parte da alcune città dell´India e del Bangladesh e da Bangkok.
Decidiamo di volare da Milano a Bangkok via Doha con un volo della Qatar Airways.
Partiamo verso mezzogiorno da Malpensa, l´arrivo a Bangkok è previsto per la mattina del giorno dopo.


Stop-over a Bangkok - lunedì 21 settembre
Brindiamo in volo al compleanno di Adriano, rimandando a più tardi i festeggiamenti veri.
Atterriamo a Bangkok al mattino presto, lasciamo gli zaini al deposito bagagli dell´aeroporto, prendiamo un taxi e andiamo subito in città, destinazione Wat Pho. Amiamo questo tempio e non appena ne abbiamo l´occasione veniamo qui per immergerci nella pace e nell´atmosfera del tempio. Dopo una visita al Buddha sdraiato e qualche rituale propiziatorio ci regaliamo un benefico massaggio. Dopo un´ora usciamo rigenerati e pronti per affrontare un giro della città.
Visitiamo il mercato degli amuleti vicino alle rive del fiume Chao Phraya. Se non fosse per il caldo soffocante non sentiremmo neanche troppo la stanchezza. Gironzoliamo un po´ entrando spesso nei centri commerciali per approfittare dell´aria condizionata.
Per l´aperitivo con il tuk tuk andiamo al DOME, un bar ristorante sulla terrazza dell´ultimo piano della State Tower. Già dall´entrata capiamo subito che l´atmosfera è molto chic. Con i nostri vestiti da trekker ci sentiamo un po´ a disagio ma fortunatamente qui non sono così formali e ci fanno entrare nonostante il nostro abbigliamento molto casual.
La vista è uno spettacolo, da qui si domina tutta la città. Lo skyline di Bangkok illuminata è lo scenario perfetto per festeggiare finalmente il compleanno di Adriano. Ci concediamo un calice di rosso che ci costa quasi come una settimana di vacanza a Koh Samui ma l´entusiasmo per la magnifica location ci fa dimenticare la spesa folle. Per cena ci trasferiamo a Pat Pong in un più modesto ristorantino di strada, più adatto al nostro abbigliamento.
Dopo cena andiamo subito in aeroporto con un taxi, pronti per la lunga attesa del volo Druk Air. Cerchiamo di dormire un po´ ma è quasi impossibile a causa degli operai che lavorano tutta la notte alla ristrutturazione dei padiglioni.


L´arrivo a Paro, il gho e il tiro con l´arco - martedì 22 settembre
E´ mattina e ci rechiamo al check in come zombi. In qualche modo riusciamo a imbarcarci e appena ci sediamo perdiamo conoscenza. Facciamo scalo a Dhaka ma non ce ne accorgiamo nemmeno. Arriviamo al mattino presto all´aeroporto di Paro dove siamo sottoposti ai controlli anti influenza suina.
Troviamo ad attenderci Jigme, la nostra guida bhutanese, un giovane di bell´aspetto vestito con il tradizionale gho. Il gho è una sorta di kimono lungo fino al ginocchio portato con una colorata cintura stretta in vita. E´ molto chic, lo scollo a scialle e il tartan del tessuto sono eleganti e donano, ma le gambe coperte da pesanti calzettoni al ginocchio che spuntano dall´abito mortificano un po´ la visione d´insieme. Effettivamente non siamo molto abituati a vedere uomini in gonna, ma ci abitueremo presto perché qui tutti indossano il gho.

Ci accompagnano all´hotel Silverpine, molto carino e pulito, immerso nel verde, quasi una baita alpina.
Finalmente ci facciamo una doccia e usciamo subito per visitare Paro.
Siamo un po´ frastornati ma cerchiamo di resistere, non osiamo nemmeno avvicinarci al letto, siamo così stanchi dalla mancanza di sonno che ci addormenteremmo all´istante.
Visitiamo il monastero Ta-Dzong al cui interno si trovano alcuni uffici pubblici. Jigme con un elaborato cerimoniale si sistema sulle spalle un´ampia sciarpa bianca, obbligatoria per ogni bhutanese che intenda entrare in uno dzong o in un posto pubblico.
I monaci sono riuniti in preghiera nella sala principale; purtroppo l´ingresso è vietato alle donne, rimango perciò fuori e gironzolo un po´ nelle corti esterne mentre Adri visita l´interno. Il monastero è costruito con mattoni bianchi, magnifici intarsi in legno colorato decorano le facciate e grandi corti interne creano una sorta di labirinto in cui è facile perdere l´orientamento.

Lungo il tragitto verso Paro ci fermiamo per assistere a una gara di tiro con l´arco, lo sport nazionale praticato da tutti i bhutanesi. I giocatori (tutti con il gho) sono divisi in due squadre e devono centrare con le frecce i bersagli in legno posti alle estremità del campo di gioco; le donne fanno il tifo, cantano e ballano per incitare la propria squadra. Se non fosse per la kira, l´ampio vestito tradizionale colorato lungo fino alle caviglie, potrebbero quasi sembrare delle cheerleaders. Alcuni giocatori hanno archi professionali e molto sofisticati, i bersagli mi sembrano lontanissimi, li vedo a malapena e centrare il bersaglio credo sia tutt´altro che facile.
Assistere alla gara è divertente: gli avversari e i tifosi cercano con ogni mezzo di distrarre il tiratore per farlo sbagliare. Se la freccia manca il bersaglio gli avversari e i loro tifosi scherzano e prendono in giro il giocatore. Se invece il bersaglio viene centrato con un buon punteggio i compagni di squadra e i loro tifosi prendono in giro e urlano sfottò contro gli avversari.
Il pubblico nel frattempo ride e si diverte moltissimo. Passiamo un po´ di tempo a guardare la gara e Adriano fa ovviamente una quantità esagerata di foto. Io rimango seduta su una panchetta fingendo grande interesse. Intanto la guida continua a parlarmi in un inglese incomprensibile, la sua voce è per me una dolce ninna nanna: non so ancora per quanto tempo potrò resistere con dignità, non vedo l´ora di sdraiarmi in un letto.
Finalmente ci spostiamo per andare a visitare il monastero KYIUCH TEMPLE, il tempio più vecchio di Paro.
Ceniamo molto presto in un ristorante appena fuori Paro e qui abbiamo il nostro primo approccio con la piccantissima cucina bhutanese. Base di ogni piatto (pochi per la verità) è l´ema datse, peperoni verdi mooolto piccanti, preparati con salsa di formaggio. Buono ma a piccole dosi, in grandi quantità potrebbe essere letale.
Terminata la cena andiamo a dormire spossati da due giorni senza sonno.


Thimphu e l´incontro col takin - mercoledì 23 settembre
Meta di oggi è Thimphu, la capitale del Bhutan, dove alloggiamo all´hotel Pedling , carino e pulito, il personale è gentilissimo.

Lungo il tragitto ci fermiamo a visitare il più vecchio monastero del regno ????? NOME Chari Goemba?????. Per raggiungerlo attraversiamo a piedi un ponte traballante sospeso sul fiume Thimphu. Fa un po´ effetto camminare sulle assi di legno e vedere l´acqua scorrere impetuosa sotto i nostri piedi.
A Thimphu visitiamo il National Memorial Chorten, una sorta di tempio dove i fedeli pregano camminando in senso orario intorno al grande chorten centrale. In mano le tradizionali ruote delle preghiere vengono continuamente fatte girare in senso orario. In sottofondo sentiamo i fedeli bisbigliare le preghiere in un mantra ripetuto all´infinito. Noto come la preghiera sia anche fisica, il corpo è infatti sempre coinvolto in movimenti ripetuti all´infinito, quasi come in trance.
Jigme è curioso e mi fa tante domande su di noi e sul nostro modo di vivere. Mi rendo conto che sa poco non solo dell´Italia (che probabilmente non sa nemmeno dove si trovi) ma dell´Europa in generale.
Cerco volentieri di dargli qualche spiegazione ma è complicato perché ciò che per me è scontato per lui è una scoperta. Vuole sapere cosa facciamo, dove viviamo, come viaggiamo. Cerco di spiegargli cosa sia la metropolitana, non è facile perché non sa esattamente nemmeno cosa sia un treno... Nei suoi occhi compare un genuino stupore quando gli dico che è una sorta di treno che viaggia sottoterra. Ingenuamente ma con grande spirito pratico ammette che deve essere utile.
Ma Jigme sembra soprattutto interessato alla nostra religione e spesso ci addentriamo in conversazioni surreali. Mi spiega il concetto di reincarnazione e non riesce a darsi pace quando gli dico che non esiste nella nostra religione. Lo stupisco però con la resurrezione, gli piace e suscita in lui un grande interesse.

Visitiamo poi il CHANGANGKHA TEMPLE dove le giovani mamme portano a benedire i propri figli piccoli. Il monastero è suggestivo e anche noi riceviamo una benedizione. Il monaco ci offre l´acqua benedetta da bere e ci invita a partecipare a un rito benaugurale. Dobbiamo tirare i dadi, il numero fortunato è l´11 e Adri lo azzecca al primo colpo, io solo al terzo. Riceviamo in dono dal monaco un braccialetto di stoffa giallo che siamo ben felici di indossare. Partecipare a questi rituali ci emoziona sempre e ci fa un immenso piacere essere coinvolti dai monaci. A loro non importa se siamo stranieri e se non crediamo nello stesso dio, non siamo diversi ai loro occhi e ci trattano come dei comuni fedeli locali.

Lungo la strada ci fermiamo a visitare una riserva dove vive il Takin, l´animale nazionale del Bhutan. Il takin è un incrocio tra una capra e un´antilope, è un po´ sgraziato per la verità ma ha un ruolo fondamentale nella storia religiosa e mitologica del Bhutan. La leggenda narra che il lama Drukpa Kunley (il Pazzo Divino) visitò il Bhutan durante il XV secolo e la folla di devoti radunata intorno a lui chiese al lama di compiere un miracolo. Il bizzarro lama ordinò per pranzo una vacca e una capra, dopo averle mangiate con gusto e aver lasciato solo le ossa emise un grosso rutto e prese le ossa di entrambi gli animali e, schioccando le dita, ordinò all´animale di alzarsi e di andare a pascolare. Ecco compiuto il miracolo.
In Bhutan tutto è mitologia e leggenda, dalla nascita degli esseri viventi alla creazione dei templi l´elemento sovrannaturale e fantasioso è parte della vita di tutti i giorni.

Prima di rientrare all´albergo ci fermiamo a visitare il monastero femminile di DRUPTHOB. Siamo fortunati perché arriviamo durante la preghiera e le monache ci invitano a unirci a loro. Recitano i mantra e suonano i tamburi e i campanelli. C´è una bambina molto piccola, potrebbe avere 5 o 6 anni che ci sembra in difficoltà perché non riesce a memorizzare le preghiere. Che tenerezza vederla nei suoi ripetuti tentativi.

Al rientro gironzoliamo un po´ per la città e facciamo un po´ di shopping.
La città non è molto grande, ovunque ci sono negozi con interessanti oggetti di artigianato e empori che vendono un po´ di tutto, alimentari e oggetti di uso quotidiano per gli abitanti. Agli incroci non esistono i semafori a regolare il traffico ma un vigile che con gesti eleganti dà istruzioni ai pochi automobilisti nelle strade.


Le freccette dei giovani monaci e quelle fotografie vietate - Giovedì 24 settembre
Oggi visita al monastero TANGO che dista circa un´ora dalla capitale.
Partiamo presto e percorriamo il fondo valle costeggiando il fiume Thimphu. Una volta arrivati a destinazione dobbiamo proseguire a piedi. Il monastero è arroccato sulla montagna e il sentiero si inerpica in una zona lussureggiante all´interno di un bosco di pini. Il monastero è grande, a più piani e formato da numerose corti interne. Saliamo insieme a una famiglia bhutanese in pellegrinaggio. Jigme ci spiega che molto spesso i fedeli vengono fin qui e in segno di devozione lasciano offerte sugli altari o ai piedi delle statue.
Di fronte a Tango si trova il monastero CHARI dove i monaci che hanno terminato il loro percorso spirituale vanno a meditare per tre anni, tre mesi, tre settimane, tre giorni e tre ore. Jigme ci spiega i rituali, le leggende e la complicata iconografia buddista ma non sempre riusciamo a seguire tutto. Le storie sono trame estremamente intricate e il suo inglese non ci aiuta certo a cogliere in ogni dettaglio la narrazione.
Per pranzo la guida ha organizzato un pic nic sulle rive del fiume. Il posto è bellissimo, siamo vicino a un ponte di legno decorato con le tradizionali bandierine delle preghiere. Passiamo un po´ di tempo a oziare piacevolmente lungo il fiume, a fare fotografie e a giocare con l´acqua gelata finché non arriva l´ora di rientrare.
Lungo la strada per tornare a Thimphu ci fermiamo a guardare alcuni monaci che giocano a freccette. In quanto monaci non possono infatti tirare con l´arco perché è considerato un´arma. Si consolano quindi con i classici darts. Provo anch´io ma con risultati vergognosi: le freccette sono pesanti e i bersagli molto distanti. Nonostante siano esili i monaci hanno una forza notevole e sono bravissimi.

Finalmente ripartiamo, non vediamo l´ora di arrivare allo Dzong di Thimphu dove è in corso un festival. Purtroppo la guida deve aver calcolato male i tempi di percorrenza perché arriviamo che è tutto già finito. La cosa ci innervosisce non poco ma purtroppo non possiamo farci nulla, un vero peccato.
Entriamo comunque nel tempio, dobbiamo sottoporci a numerosi controlli al metal detector e rispettare alcune regole nell´abbigliamento. Jigme indossa come sempre l´abito tradizionale e la sciarpa obbligatoria. Io devo togliermi la sciarpa dal collo (è vietata...) e devo togliermi anche la maglietta che ho legato in vita (vietata pure questa...). Lo trovo un po´ strano ma ovviamente mi adeguo.
All´interno del monastero ci sono ancora alcuni gruppetti di spettatori vestiti a festa che si attardano nelle corti. Giriamo un po´ curiosando fra le varie sale, anche se in quanto stranieri non siamo ammessi alla sala delle preghiere.
All´interno delle sale dei monasteri è quasi sempre vietato fare fotografie. Pare che in passato alcune immagini degli oggetti sacri e dei dipinti antichi siano servite ad alcuni collezionisti d´arte per "commissionare" furti e da allora le autorità hanno giustamente proibito a chiunque di fotografare gli oggetti più preziosi custoditi nei monasteri.
Prima di rientrare all´hotel gironzoliamo un po´ per le vie della città.
Le fogne sono all´aperto e tra le case scorrono liquami neri e puzzolenti che ammorbano l´aria. Ogni tanto si vede qualche topo che gira indisturbato. Nei mercati gli odori sono a volte un po´ invasivi ma fa parte del folclore locale.
Vediamo scaricare da un camion la carcassa di un maiale. Ho letto che per motivi religiosi gli animali non sono macellati in Bhutan ma vengono trasportati dall´India in camion non refrigerati. Il tragitto è lungo e come possiamo vedere con i nostri occhi l´animale arriva a destinazione gonfio e di un orribile colore grigio verde. Sembra in decomposizione e dalla bocca esce un liquido denso e scuro. Per il resto della vacanza non riuscirò più a mangiare un boccone di carne.

Lo dzong di Punakha e i grandi falli dipinti - Venerdi 25 settembre
Partenza per Punakha. Lasciamo Thimphu e passiamo attraverso vaste coltivazioni di mele per poi salire lungo la montagna verso il passo DOCHU LA a 3.150 metri.
In cima ci sono una lussureggiante foresta di pini e di rododendri selvatici con migliaia di bandierine colorate e 108 stupa costruiti per commemorare Sua Maestà il IV Re e la vittoria nella guerra del 2003 combattuta nel Sud Bhutan.
Purtroppo il tempo è nuvoloso e a malapena vediamo la catena orientale dell´Himalaya e le sue vette.
La strada prosegue giù dall´altro versante, stretta e tortuosa fino alle pianure della valle di Punakha. Le vedute sulla valle intorno sono magnifiche tra grandiosi scenari di verdi risaie terrazzate.
Prima di raggiungere Punakha visitiamo il monastero di CHIMI LHAKANG; qui si recano le donne senza figli per ricevere la benedizione fallica, che pare favorisca la fertilità. Lasciamo la strada principale e sotto un sole cocente attraversiamo i campi e le risaie. All´interno del monastero, come di consueto, siamo piacevolmente coinvolti nelle cerimonie religiose e nelle benedizioni. Il monaco ci offre l´acqua e ci benedice il capo con l´arco e con un grande fallo in legno. Tiriamo i dadi e questa volta il numero fortunato esce al secondo tentativo. Sto migliorando, forse le benedizioni fanno effetto.
Percorriamo la strada lungo la valle WANGDI dove grazie alla bassa altitudine crescono numerosi alberi da frutto.
Raggiungiamo Punakha, la ex capitale del Bhutan e sede invernale del governo fino agli anni ´50.
A Punakha ogni casa ha dipinto un gigantesco fallo sulla facciata: secondo la tradizione è un simbolo di buon augurio ed è normale trovarlo un po´ dappertutto.
Visitiamo il Punakha Dzong, considerato uno dei più bei monasteri del paese. Fu costruito nel 1637 da Ngawang Namgyal, il primo Shabdrung (il padre spirituale e politico del Bhutan) in posizione strategica alla confluenza dei fiumi Pho Chhu (il fiume maschio) e Mo Chhu (il fiume femmina). E´ anche il luogo dove lo Shabdrung morì mentre si trovava in meditazione e i suoi resti sono conservati in uno stupa. Il monastero è formato da tre grandi corti, la prima è la più grande con una balconata in legno decorato. All´interno di una sala si trova esposta una grande statua di Buddha.
Usciti dal monastero incontriamo alcune ragazze del posto con cui improvvisiamo una partita a freccette. Io sono veramente scarsa e vengo un po´ derisa, ma Adriano è bravissimo e stupisce le ragazze facendo centro e battendole clamorosamente. Ottiene un successo grandioso.
Ceniamo in hotel, al Damchen Resort a Kurutang, nei pressi di Punakha.


Lo tsechu di Wangdi Phodrang - Sabato 26 settembre
Siamo emozionatissimi: oggi finalmente assisteremo al festival nel monastero Whangdi Phodrang. Arroccato sopra un´altura lo Dzong domina la valle.
C´è un grande fermento lungo la strada e il traffico è impazzito. Tutti stanno raggiungendo il monastero, a piedi, in auto o con i pulmini. I bhutanesi indossano obbligatoriamente l´abito tradizionale, le donne la kira e gli uomini il gho. Anche Adriano ne ha comprato uno e lo indossa con grande orgoglio. Non sono abituata a vederlo con la gonna e mi fa un po´ effetto, forse gli scarponi da trekking non donano particolarmente al look ma nel complesso devo ammettere che gli dona.
Entriamo nella corte principale, Jigme ha con sé una stuoia per farci sedere a terra. Troviamo posto all´ombra vicino al "camerino" da cui usciranno i monaci danzatori. Siamo in un´ottima posizione perfetta per scattare le fotografie.
I monaci musicisti sono sistemati lungo una sorta di galleria alle nostre spalle.
Questo è un festival molto popolare e infatti ci sono numerosi turisti fra gli spettatori. Moltissimi sono comunque anche i bhutanesi e intere famiglie sono venute qui per assistere alla rappresentazione.
Finalmente inizia la musica, i monaci suonano i cimbali e i piatti con cui danno il ritmo, ed ecco che escono i primi danzatori. Indossano abiti dai colori sgargianti e grosse maschere di animali. Ogni gesto e ogni passo hanno un significato preciso, si tratta di una messa in scena simbolica della lotta tra bene e male e i passi pesanti dei monaci rappresentano la sconfitta del male schiacciato a terra dalle forze del bene.
E´ un´esplosione di suoni e di colori e sono affascinata dallo spettacolo, la musica e i gesti ripetitivi quasi mi ipnotizzano e non riesco a distogliere lo sguardo dalla danza. Non mi distraggono nemmeno i numerosi bambini che mi stanno accanto e che timidamente cercano di fare un po´ di conversazione con me. I turisti sembrano impazziti, armati di macchine fotografiche potrebbero schiacciare chiunque per ottenere una buona inquadratura. Adri non è da meno.
La corte è tutta al sole e fa molto caldo. Per i ballerini deve essere una fatica tremenda ballare indossando abiti e maschere pesanti.
Fra una danza e l´altra alcuni gruppi di ragazze in abito tradizionale intonano canti folcloristici.
Lo spettacolo riprende con la danza Shanag o Danza dei Berretti Neri. E´ una danza straordinaria durante la quale i monaci cacciano gli spiriti maligni e purificano il monastero con i loro movimenti e con i loro passi. Anche in questo caso il bene trionfa sul male. Gli abiti sono coloratissimi e le gonne si gonfiano a ogni passo di danza.
Adri è incontenibile, grazie al gho che indossa riesce a infilarsi dappertutto, persino nel palco d´onore riservato ai lama.
Alcune danze sono intervallate da rappresentazioni comiche interpretate da uomini che indossano maschere grottesche e buffe e che prendono in giro i danzatori veri. Hanno grossi falli di legno che impugnano come pistole e con cui scherzano con il pubblico, come se fossero clown o giullari. E´ una comicità molto semplice e ingenua che sembra divertire da matti il pubblico locale.

Le danze si susseguono: alcuni monaci indossano maschere colorate a forma di cervo e daino, poi ricompaiono i monaci con i berretti neri. E´ un continuo susseguirsi di colori sgargianti e di movimenti aggraziati.
Nel frattempo continua l´accompagnamento ossessivo dei tamburi e dei corni. Lo spettacolo è molto lungo, a volte un po´ ripetitivo. Per noi è una novità e siamo sempre molto attenti ma vediamo alcuni monaci addormentati sul palco, forse vinti dalla stanchezza e dalla lunghezza della rappresentazione.
Quando il festival volge al termine riusciamo a entrare nella stanza dove i monaci si cambiano. Ci appostiamo accanto alla porta e li fotografiamo mentre entrano provati dalla stanchezza al termine delle danze. Sono sfiniti dal caldo e dalla fatica, hanno le facce stravolte e quasi si accasciano a terra. Gli abiti, le maschere e i cappelli sono pesantissimi e i nastri con cui sono fissati al capo hanno lasciato solchi profondi sui volti stremati dei monaci.
Il festival è terminato e lasciamo soddisfatti il monastero, per me è stato superiore alle aspettative. Ripercorriamo la strada lungo la valle seguendo il corso del fiume circondati dal verde brillante dei boschi sulle montagne.
Andiamo a letto presto con ancora negli occhi le immagini delle danze.


Verso il Bumthang - Domenica 27 settembre
Oggi partenza per il Bumthang. Il viaggio è lungo e passeremo quasi tutta la giornata in auto.
Attraversiamo il passo PELE LA, decorato con le consuete bandierine delle preghiere.
La strada è stretta e i tornanti si susseguono l´uno all´altro mettendo a dura prova il driver. Il paesaggio è bellissimo, verdi boschi di silver pine a perdita d´occhio, risaie a terrazza e prati nel fondovalle. Sullo sfondo in lontananza svettano le sacre cime delle montagne.
Le case sono bianche con alcune parti in legno, costruite rigorosamente secondo lo stile bhutanese. Nonostante in molte guide turistiche si legga che il Bhutan è un paese chiuso e arretrato notiamo che in quasi tutte le case c´è la luce elettrica e la connessione a internet. La copertura dei cellulari è praticamente continua.
Lungo la strada ci fermiamo a visitare il chorten CHENDIBI e il monastero TRONGSA DZONG, costruito vicino al fiume. All´interno incontriamo un monaco scultore che sta decorando una statuetta di argilla e alcuni monaci che imparano a suonare i corni. Ci spiegano che si stanno esercitando con gli strumenti per il prossimo festival.
In un campo poco distante nel frattempo è in corso la solita gara di tiro con l´arco e i giocatori hanno un´attrezzatura moderna e sofisticata. Il tifo è sempre molto rumoroso e divertente.
Ci troviamo nella zona centrale del Bhutan e la strada per raggiungere il Bumthang è ancora lunga, attraverso i passi Yothong La e Kiki La.
Siamo quasi al tramonto e la luce del sole illumina le verdi vallate in contrasto con il bianco accecante delle case, dappertutto lungo il nostro tragitto le bandiere colorate delle preghiere vengono mosse dal vento e gli stupa si susseguono infiniti.
Arriviamo a Jakar che è già buio. Ci fermiamo al Yozerling Lodge, bello e pulito, quasi uno chalet alpino. Le camere sono dei bungalow indipendenti in legno, separati dalla struttura del ristorante. All´interno la camera è spaziosa; fa freddo ma fortunatamente abbiamo una stufa e la legna per riscaldarci. Non siamo in molti ad alloggiare qui, oltre a noi c´è solo una comitiva di coreani.
Il buffet del cibo è abbastanza scarso e soprattutto molto monotono. A colazione pranzo e cena troviamo sempre riso rosso, piccanti peperoncini verdi con formaggio, carne stufata e qualche verdura. Inizio a stancarmi, sogno frutta e verdura fresca e soprattutto un buon caffè espresso (qui il caffè è una brodaglia dal colore indefinito e dal sapore orrendo).


Lo tsechu di Tamshing Lhakang e il mantello di metallo - Lunedì 28/9
Oggi visiteremo il monastero Tamshing Lhakang dove potremo vedere un altro festival.
Il monastero è poco distante dall´hotel e l´atmosfera è molto diversa rispetto a Thimphu. Qui è tutto molto più raccolto e meno formale. Il monastero, uno dei pochi situato in una verde zona pianeggiante, è abbastanza piccolo ed è gremito dagli abitanti dei villaggi circostanti, accorsi numerosi per assistere allo spettacolo.
Le danze non sono ancora iniziate e abbiamo perciò un po´ di tempo per visitare il monastero e i dintorni. La nostra guida ci spiega che all´interno di un padiglione è custodito un pesante mantello in maglia di metallo: i pellegrini solitamente lo indossano e per espiare i propri peccati percorrono in senso orario per tre volte il perimetro della sala delle preghiere. Adriano evidentemente ha molto peccato e decide di procedere al rito di espiazione. Il mantello è davvero pesante e arriva al termine del terzo giro curvo e provato (del resto che espiazione sarebbe senza un po´ di sofferenza?).

In una corte poco distante assistiamo alla preparazione dei monaci alla danza; anche qui indossano complicati abiti dai colori sgargianti e pesanti maschere che raffigurano animali. Siamo fortunati perché ci sono pochissimi turisti e agli stranieri sono riservate le postazioni migliori.
Il festival ha inizio e le danze non sono molto diverse da quelle viste a Wahngdi Phodrang. Alle danze dei monaci seguono canti e balli, oltre agli intermezzi dei clown con i soliti falli giganti in legno.
Assistiamo alla "Monks Dance of the bull" interpretata da monaci che indossano maschere di animali. Altri monaci intonano nenie e litanie, accompagnati dal suono di corni, piatti e cimbali.
Segue poi una danza interpretata dagli abitanti del villaggio, riconoscibili dalle vesti lunghe fino al ginocchio, mentre i monaci indossano sempre tuniche lunghe fino ai piedi.
Il festival prosegue con la Danza dei Berretti Neri e con altre danze interpretate da uomini mascherati da animali.
Il clou dello spettacolo è rappresentato dalla danza delle otto manifestazioni del Guru Rinpoche. Si tratta di una sorta di processione delle otto differenti manifestazioni del guru che culmina con l´uscita dello stesso Guru Rinpoche. Il pubblico è ordinatamente disposto attorno allo spiazzo e la trepidazione è palpabile.
La processione ha inizio e tutti osservano con attenzione lo spettacolo: ordinatamente escono i musicanti, seguiti dai bambini che portano i vessilli sacri e dai monaci. Le danze proseguono di fronte alle rappresentazioni del guru, ordinatamente sedute sugli scranni posti intorno allo spiazzo centrale. Lo spettacolo è bellissimo e molto emozionante.
Bambini, adulti e anziani sfilano ordinatamente davanti alla manifestazione del guru, si genuflettono e lasciano offerte in danaro.
Rimango sempre affascinata da queste manifestazioni di profonda fede e spiritualità che accomuna persone di età così diverse. Mi piacerebbe capire meglio il significato di ogni rappresentazione e di ogni gesto, ma la simbologia è troppo complicata.
Lasciamo il festival per visitare alcuni monasteri poco distanti dal villaggio, entrambi molto antichi. KURJEY LHAKHANG fu costruito nel 1652 e all´interno vi è una roccia in cui è impressa la sagoma del Guru Rinpoche (ha meditato così a lungo che ha lasciato il segno del suo corpo).
All´interno del JAMBAY LHAKHANG sono custodite le ceneri di un santo.
Prima di rientrare in hotel facciamo un giro tra le botteghe della città, antri bui e polverosi dove sono ammassate statuette e icone della religione tibetana.
Di sera non appena cala il sole fa freddo, ma per fortuna l´hotel è ben riscaldato. Purtroppo piove.


Il trekking - Martedì 29/9
Oggi inizia il trekking. Prepariamo un piccolo zaino dove mettiamo l´indispensabile per tre giorni e lasciamo il resto in deposito all´hotel.
La nostra guida ci informa che oggi sarà la tappa più facile, solo tre ore circa di cammino fino a Ngalalhakang.
Raggiungiamo in auto il punto da cui inizieremo; qui purtroppo veniamo a sapere che al posto dei portatori a cavallo per le vettovaglie e le tende ci sarà un´auto che ci anticiperà con tutto ciò che ci serve. Siamo delusi, non ha senso fare trekking in una zona facilmente raggiungibile con l´automobile, il nostro scopo è visitare villaggi raggiungibili solo a piedi. Purtroppo però non possiamo fare altro che adeguarci.
Non vogliamo farci influenzare dalla nostra delusione e cerchiamo comunque di goderci il bellissimo panorama. Siamo in una verde e lussureggiante valle e il cammino finora è molto facile. L´unica difficoltà è data dai numerosi torrenti che dobbiamo continuamente attraversare, a causa della pioggia del giorno precedente i corsi d´acqua sono abbastanza grandi. Lungo il sentiero incrociamo molte mucche al pascolo, cerco di prestare attenzione sia all´acqua sia alla cacca ma ben presto mi ritrovo con gli scarponi bagnati e "sporchi".

Coma anticipato dalla guida il percorso di oggi non è pesante e infatti arriviamo presto al punto dove ci accamperemo. I nostri portatori motorizzati hanno piantato le tende vicino a una strada dove passano alcune auto. Questo non va bene e il nostro disappunto è notevole. Non siamo venuti fin qui per accamparci lungo una strada battuta e per sentire il rumore delle auto... Cerchiamo di protestare con la nostra guida ma o non capisce ciò che gli stiamo dicendo oppure fa finta di niente.
Fortunatamente il panorama ci ripaga della delusione. Gironzoliamo un po´ nel villaggio con la guida e ci fermiamo presso alcune case.
La più vicina è una grande casa in legno con un ampio cortile; davanti all´entrata alcune donne e un esercito di bambini sono impegnati a preparare i semi di betel per poi venderli.
Passiamo davanti a una grande casa poco distante e a grandi cenni siamo invitati a entrare dalla padrona di casa. La cucina è sporchissima e l´odore di cibo stantio misto a fumo e cenere è rivoltante, nuvole di mosche volano dappertutto e si posano sui resti di cibo. Siamo accolti da una giovane donna e da una bambina piccola, probabilmente la figlia, e da due uomini anziani. Uno sembra molto malato, il corpo è scosso da continui tremori e lo sguardo è assente. Hanno dei volti interessanti, soprattutto la signora e la bambina che trovo bellissime. La signora insiste per farci visitare il resto della casa: una stanza è il salotto e l´altra è la camera da letto dove, a giudicare dal numero di materassi sul pavimento, dormono tutti insieme. La signora ci mostra poi con grande orgoglio la camera della preghiera, un vero e proprio tempio costruito all´interno dell´abitazione con altare, tangka appesi alle pareti e strumenti musicali per accompagnare la preghiera.
Arriva il momento più temuto: la signora ci offre il tè con i biscotti. Non possiamo rifiutare e nonostante lo sporco accettiamo.
Tornati al campo decidiamo di andare al fiume per lavarci. Qui incontriamo un signore un po´ bizzarro che vuole portarci a pescare con il cucchiaio. Parla in continuazione e non riusciamo più a liberarci di lui, probabilmente non è molto abituato a vedere degli stranieri. Lo assecondiamo e lo seguiamo alla Health Unit, una baracca dispensario medico poco distante dal fiume dove lavora e dove abita. E´ gentile, forse ha solo voglia di un po´ di compagnia, chiacchiera e ci invita a giocare a freccette con lui. Quando decidiamo di rientrare al campo ci segue, porta le freccette e improvvisa una partita coinvolgendo anche la nostra guida. Vuole che giochi in coppia con lui ma pagherà cara la sua scelta perché sono veramente scarsa. In più sta anche diventando buio e non riesco quasi a vedere il bersaglio. Adri e Jigme stravincono. Purtroppo inizia a piovere e dobbiamo mangiare al riparo della tenda e imbacuccati perché fa anche molto freddo.
A cena si è autoinvitato anche il pazzo e ho proprio paura che non riusciremo più a liberarcene.
Dopo cena andiamo subito a dormire, sono le 7 ma a causa della pioggia non sappiamo cosa fare.... Siamo in tenda, piove e siamo vicino a un fiume: fa un freddo cane e l´umidità mi sta uccidendo. Spero solo che domani il tempo sia bello, ci aspetta una lunga camminata e se piove non è certamente divertente.


Tra pini, aquile e rododendri - Mercoledì 30/9
Sveglia presto, colazione e partenza. Ci siamo organizzati con gli zaini e l´acqua. Oggi ci sarà con noi anche il portatore, un ragazzone ben piazzato che trasporterà le provviste. Jigme continua a ripetere che oggi sarà una giornata pesante e che dovremo camminare molto. Inizio a preoccuparmi un po´.
Da subito il percorso si presenta abbastanza impegnativo, la pioggia della notte precedente ha infatti trasformato il sentiero in un ruscello di fango scivoloso e dopo due passi ho gli scarponi fradici. Per fortuna ho le racchette che in molte occasioni mi aiutano a non cadere nell´acqua. La maggior parte del percorso è in ombra e meno male perché fa molto caldo e c´è un´umidità terribile.
Nonostante le nostre domande non riusciamo bene a capire quanto dovremo camminare: il nostro programma dice circa 5 ore, ma Jigme dice almeno 7. In queste condizioni non è una differenza da poco. Sappiamo solo che da Ngalalhakang dobbiamo attraversare una collina, superare il passo Tashi La a 3200 metri per poi raggiungere la Tang Valley. Il sentiero inizia a salire in un fitto bosco, è molto umido e dopo pochi passi siamo completamente fradici. In più dobbiamo continuamente guadare piccoli ruscelli camminando su instabili sassi o su fango scivoloso e in alcuni tratti il sentiero è a malapena tracciato.
Non facciamo soste perché preferiamo fermarci una volta raggiunto il passo, solo che il passo non arriva mai e le informazioni di Jigme sono sempre più confuse.
Il sentiero si arrampica sempre più, a un certo punto camminiamo direttamente nel letto di un ruscello dove scorre l´acqua e il terreno è completamente sconnesso. Purtroppo ci rallenta parecchio il passo e non riusciamo a mantenere un´andatura costante. Io ho una fame terribile e ho bisogno di mangiare qualcosa altrimenti mi mancano le forze.
Ogni volta che chiediamo quanto manca al passo sembra che il tempo di percorrenza aumenti anziché diminuire. Incominciamo a chiederci se la nostra guida sappia dove stiamo andando. A un certo punto (vinto anche lui dalla fame) Jigme decide di fermarsi e di pranzare. L´energumeno tira fuori le provviste: riso rosso e verdure. Mamma mia, con la fame che abbiamo forse ci voleva qualcosa di più energetico...
Riprendiamo a camminare e fortunatamente dopo poco arriviamo al passo.
Voglio sapere a che punto siamo ma temo che la guida sia un po´ confusa.
Gli chiediamo quanto manca e ci risponde ancora 4 ore. Ma i conti non tornano: se il percorso di oggi è di 7 ore e noi siamo in marcia dalle ore 8:30 e adesso sono le ore 14:00 c´è qualcosa che non va. Adri ed io siamo un po´ preoccupati perché rischiamo di dover camminare con il buio e su questo terreno non è facile.
Teniamo duro e cerchiamo di non pensarci. Dopo il passo inizia la discesa e dopo aver percorso ancora un tratto lungo il letto dei ruscelli arriviamo a un´ampia radura. Il panorama è bellissimo: vasti prati verdi, ai lati boschi di pini e di rododendri a perdita d´occhio e sullo sfondo le alte montagne. Sopra di noi nel cielo azzurro volano le aquile. Cerchiamo di recuperare un po´ di tempo vista la facilità del percorso sui prati, ma subito dopo ancora boschi e ancora ruscelli. A un certo punto dobbiamo guadare un grande ruscello. Il nostro portatore, un colosso di solo 20 anni, a turno ci carica sulle spalle per non farci bagnare e incurante del nostro peso e della corrente ci porta asciutti dall´altra parte.
Jigme ci dice che dobbiamo camminare ancora 3 ore prima di arrivare al campo. A questo punto è evidente che ci siamo persi ma la guida non lo vuole ammettere. Siamo stanchi e il percorso sta diventando sempre più impegnativo. Ora dobbiamo camminare su un terreno pieno di buche profonde e fangose, in più siamo in un intrico fittissimo di cespugli di bambù nano che ci graffiano in continuazione le gambe. Anche la guida si rende conto che ormai il sentiero non esiste più, l´abbiamo perso già da un pezzo ed è impossibile proseguire così.
Finalmente riusciamo a trovare la strada carrozzabile che porta al villaggio. Ancora una volta ci ritroviamo a seguire un percorso che si può fare tranquillamente in auto. Avevamo richiesto un trekking che ci portasse in contatto con i remoti villaggi bhutanesi in modo da poter conoscere la vera cultura e tradizione di questo paese e invece non abbiamo neppure visto da lontano le popolazioni delle montagne. A un certo punto Jigme decide di chiamare con il cellulare l´auto per farci venire a prendere. Cerchiamo di dissuaderlo ma non c´è verso e quindi facciamo gli ultimi 100 metri in macchina. Che vergogna!
Arrivati al campo ci rilassiamo un po´ e dopo cena andiamo a letto stremati. Anche stasera sono le 7 e fa freddissimo!


Gli amuleti al Burning Lake - Giovedi 1/10
Oggi è l´ultimo giorno di trekking, dovremmo camminare ancora per un paio d´ore e visitare alcuni villaggi lungo la strada ma con grande disappunto veniamo a sapere che Jigme ha chiamato il driver per venirci a prendere: il nostro trekking è terminato qui. Cerchiamo di spiegare alla guida che vorremmo proseguire ancora un po´ ma non riusciamo a farci capire. Ancora una volta non ci resta che adeguarci.
La guida cerca comunque di accontentare le nostre richieste e lungo il tragitto ci fermiamo presso una casa dove alcune donne preparano la lana per tessere.
Facciamo poi un´altra tappa presso una scuola dove siamo accolti dagli insegnanti come ospiti di riguardo. I ragazzini sono molto educati e ci accolgono con grandi sorrisi. Sono tutti curiosi e ci fanno un sacco di domande per capire da dove veniamo anche se temo che non abbiano una chiara idea di dove si trovi l´Italia.
Prima di rientrare al Yoseling Lodge ci fermiamo a visitare il Burning Lake o Me Bar Tso (un´ora per capire il nome, storpiato in maniera terribile dalla nostra guida). Si tratta di una profonda ansa di un fiume e da quel poco che riusciamo a capire sembra che qui fosse stato scoperto un tesoro sommerso. E´ ritenuto un luogo sacro e sulle rive sono stati costruiti alcuni altari su cui i fedeli hanno portato oggetti votivi. Finalmente rientriamo al lodge e possiamo farci una doccia calda.


Venerdì 2/10
Oggi passiamo la giornata in viaggio per rientrare a Punakha.
Ci svegliamo molto presto, la giornata è fredda e nebbiosa.
Ripercorriamo la stessa strada fatta all´andata e ritorniamo al Damchen Resort.


La cameretta della monaca nel monastero di Wang Sisina - Sabato 3/10
Oggi rientriamo a Thimphu. Siamo un po´ emozionati perché questa sera passeremo la notte nel monastero WANG SISINA situato su un´altura che domina la valle.
Arriviamo a destinazione abbastanza presto e abbiamo tempo per familiarizzare un po´ con le monache.
Molto gentilmente una delle giovani monache ci cede la sua camera dove possiamo trascorrere la notte. Ci sono due materassi posati a terra, alcune immagini e simboli sacri, oltre a numerose foto del giovane re (è un bel ragazzo e evidentemente anche le monache non sono immuni al suo fascino). Sembra quasi la cameretta di un´adolescente se non fosse per la quasi mancanza di oggetti personali, fatta eccezione solo per qualche stoviglia.
Un giovane monaco responsabile della struttura ci offre tè con i biscotti e ci spiega brevemente come si svolge la vita all´interno del monastero.
Sono tutti gentili e ospitali, sempre sorridenti. Purtroppo per la comunicazione dobbiamo dipendere dalla nostra guida perché nessuno parla inglese.
Le monache stanno iniziando la preghiera e ci invitano a partecipare. Entriamo mentre si prostrano davanti all´altare e le religiose sdraiate a terra formano una sorta di tappeto umano color porpora e zafferano. Qualcuna ci osserva e ci sorride gentilmente.
La preghiera inizia, il suono dei campanelli accompagna le litanie mentre le monache più anziane muovono con gesti eleganti il dorjey. A seconda del momento della preghiera i gesti cambiamo come le mani danzassero.
In alcuni momenti la nenia è accompagnata dal suono delle trombe, dei piatti e delle conchiglie. All´improvviso il ritmo cambia, si fa più veloce e le parole si rincorrono. A un certo punto passa una monaca a distribuire acqua benedetta e tè al burro e porge anche a noi le bevande. Io trovo il tè al burro disgustoso, non mi piace e a costo di sembrare scortese lo avanzo.
Dopo un po´ abbandoniamo la sala delle preghiere e gironzoliamo curiosando per il monastero. In una stanza accanto ci sono alcune donne che pregano davanti alle reliquie di una santa. Sono tutte concentrate e l´atmosfera è suggestiva.
Prima di cena Adri, Jigme e il driver improvvisano una partita a freccette e giocano finché diventa buio.
Ceniamo al solito presto con riso e verdure.


L´ascesa al Tiger´s Nest e la hot stone therapy - Domenica 4/10
Oggi è il nostro ultimo giorno in Bhutan ed è anche il mio compleanno.
Ci alziamo prestissimo perché vogliamo assistere alla preghiera del mattino.
Passiamo un po´ di tempo con le monache e assistiamo al cerimoniale della preghiera, per la verità molto simile a quella del giorno precedente.
Dopo aver fatto colazione (il solito riso con le solite verdure) lasciamo il monastero e salutiamo le tutti. Il monaco responsabile ci regala un libro di preghiere, raccomandandosi di conservarlo in ordine in segno di rispetto. Si trova ancora adesso sul comodino in camera da letto, accanto a un crocifisso in legno.
Rientriamo a Paro dove finalmente visiteremo il famoso Tiger´s Nest, il monastero di Taktsang o Tana della Tigre, la principale attrazione del Bhutan. Il monastero è costruito su uno sperone di roccia a picco su uno strapiombo di 900 metri rispetto alla valle di Paro (circa 3100 metri sul livello del mare). Secondo la leggenda Padmasambhava giunse in questo luogo dal Tibet sul dorso della moglie di un imperatore trasformatasi in tigre. Una volta giunti su questo picco Padmasambhava scelse il luogo dove erigere il tempio.
La leggenda si lega poi alle vicende storiche del luogo e con Tenzin Rabgye che iniziò la costruzione del tempio nel 1692. Il monastero venne costruito attorno alla caverna dove si ritiene abbia meditato Padmasambhava. Secondo alcuni scrittori del tempo si tratta di una reincarnazione del Guru Rinpoche e numerose testimonianze provano questa tesi: Tenzin venne avvistato contemporaneamente sia dentro che fuori la caverna dove era solito meditare, una modesta quantità di cibo gli fu sufficiente per sfamare una moltitudine di operai e durante i lavori di costruzione nessuno rimase ferito o ucciso. Inoltre gli abitanti di Paro avvistarono nel cielo sopra il monastero numerose nuvole a forma di animale, nonché simboli religiosi miracolosi.
Non so se ci sia del vero in queste storie ma devo ammettere che la costruzione è a dir poco ardita e ci piace credere che un´entità soprannaturale possa aver in qualche modo contribuito a erigere il monastero.

Iniziamo a camminare per raggiungere il Tiger´s Nest. Il sentiero sale in ripidi tornanti attraverso una foresta di pini decorata con bandiere colorate lasciate dai fedeli. La salita è dura, fa molto caldo e si sale parecchio. Dal crinale ogni tanto scorgiamo scorci spettacolari del tempio, ma ci sembra sempre più lontano. Lungo il sentiero si trova una cascata di 60 metri considerata sacra, si prosegue attraverso un ponte e finalmente dopo poco arriviamo al tempio e la bellezza di ciò che vediamo ci ripaga della fatica. Siamo emozionati perché finalmente ci troviamo in uno dei luoghi più sacri del Bhutan.
Il monastero ha una struttura abbastanza complessa, composta da quattro templi principali e da costruzioni residenziali adattate alle rocce della montagna, oltre a otto caverne. Le diverse parti sono collegate tra loro da passaggi e ripide scalinate. Le decorazioni all´interno delle pareti sono bellissime; dalle balconate la vista della sottostante valle di Paro è straordinaria.
Visitiamo le numerose stanze e corti interne, affollate di turisti e pellegrini finché non arriva il momento di ritornare. A malincuore abbandoniamo il monastero e iniziamo a camminare. Alla prima salita i morsi della fame si fanno sentire. Il riso e le verdure mangiate a colazione sono ormai digerite da ore e abbiamo bisogno di energia. La caffetteria a metà della mulattiera ci appare come un miraggio e il solito riso bollito ci sembra un manicaretto prelibato.
Ritornati all´auto ci dirigiamo verso una fattoria nei dintorni di Paro dove passeremo l´ultima notte. Io sono un po´ scettica ma Jigme ci assicura che si tratta di una casa molto bella.
All´arrivo i miei timori si rivelano fondati: è sporchissima (avvistiamo qualche topolino che gira, ma siamo in campagna...) e i padroni di casa non ci degnano neanche di uno sguardo. Siamo abbandonati a noi stessi, tutti se ne vanno e noi rimaniamo da soli senza la possibilità di comunicare con i nostri ospiti. Cerchiamo di fare un po´ di conversazione in inglese con la figlia dodicenne ma un certo punto se ne va pure lei. Sono un po´ perplessa e inizio a pensare che forse abbiamo qualcosa che non va, ma Adriano sembra sereno.
Ci propongono di fare il bagno di pietre calde e non ci facciamo certo pregare. Andiamo nel capanno adibito a "stabilimento termale" e troviamo tre tinozze di legno incassate nel pavimento. L´acqua sembra marrone ma spero sia solo il riflesso del legno. La madre e il figlio adolescente scaldano le pietre sul fuoco finché non diventano incandescenti, poi con delle lunghe pinze e le prendono e le buttano sfrigolanti nella tinozza piena d´acqua.
Ci immergiamo e la signora arriva con un secchio pieno di erbe che butta nella tinozza insieme a noi. In qualche modo ci fa capire che fanno benissimo per i dolori.
L´acqua è così bollente che iniziamo a sudare copiosamente. Ci rilassiamo ed effettivamente l´effetto è benefico, la stanchezza finalmente se ne va.
Ritemprati dal bagno caldo facciamo ritorno in casa e qui trovo una sorpresa: mi hanno organizzato una festa di compleanno. Tutti mi fanno gli auguri di felicità, prosperità e lunga vita. Ricevo anche i regali: da Jigme e dal driver una maglietta e dalla padrona di casa una maschera di cartapesta che protegge dagli spiriti maligni.
Momento spassosissimo quando voglio ringraziare e mi avvicino con l´intenzione di baciarli. Al momento non ci penso e mi avvicino decisa ma quando li vedo irrigidirsi mi rendo conto che forse non sono abituati a questa usanza occidentale. Spiego cosa ho intenzione di fare e ridono un po´ perplessi, non osano tirarsi indietro e si adeguano, rimanendo però sempre abbastanza tesi. Adriano si sta godendo lo spettacolo e ride come un pazzo.
Decidono di mangiare subito il dolce e di cenare dopo. Altro momento di lieve imbarazzo è il taglio della torta: è molto pannosa, ma non vedo né piatti né forchette o cucchiaini. Impossibile mangiarla solo con le mani. Adriano mi toglie d´impiccio chiedendo almeno le forchette.
Terminata la torta finalmente ceniamo e ci portano i piatti con riso verdure e carne (quest´ultima è così dura da non poter nemmeno essere masticata). La nonna mangia tutto insieme nello stesso piatto, la torta con la panna si mischia alle verdure piccanti e al riso. Ci sembra un po´ bizzarro ma sono così felice di aver festeggiato il mio compleanno qui che non ci faccio caso più di tanto.
Andiamo a letto presto e alle 4 di mattino veniamo svegliati dal canto del gallo.


Il ritorno - Lunedì 5/10
Ultimo giorno in Bhutan e ultima colazione a base di riso fritto (meno male).
Prendiamo i bagagli e carichiamo l´auto, il padrone di casa non ci saluta nemmeno. Fino all´ultimo non si smentisce si dimostra un po´ scorbutico.
Arrivati all´aeroporto siamo pronti per il lungo viaggio di ritorno: Paro-Bangkok-Doha-Milano.

Luisa e Adriano

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