India - Ladakh. Agosto 2007

Trekking e homestay in Ladakh, il piccolo Tibet dove il tempo si è fermato



Abbiamo trascorso una decina di giorni su e giù per il Ladakh. Con base a Leh, ci siamo spostati a nord per incontrare le popolazioni locali e trascorrere insieme qualche momento. Per raggiungere le comunità montane abbiamo fatto un trekking meraviglioso e duro in alcuni momenti. La fatica scivolava via con i sorrisi sinceri delle famiglie che ci ospitavano. E vogliamo ricordare quei sorrisi con alcuni scatti effettuati durante il viaggio, come gesto di speranza dopo le tragiche piogge di giovedì 5 agosto.

Le nostre preghiere vanno alle genti ladakhe, sperando possano rimettersi in piedi al più presto.

Adriano e Luisa

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DIARIO DI VIAGGIO
LADAKH 3/8/07 - 19/8/07

LA PREPARAZIONE DEL VIAGGIO
Ferie ad agosto. Da anni ormai non succedeva ma a causa del mio lavoro siamo costretti a partire nel periodo più costoso e più caotico dell´anno.
Studiamo e il meteo e, anche affascinati dai racconti dei nostri amici, decidiamo di visitare il Ladakh. Noto come Piccolo Tibet, il Ladakh è una regione dell´India settentrionale e fa parte dello stato di Jammu e Kashmir. Racchiuso tra le catene montuose del Karakorum e dell´Himalaya che lo riparano dagli influssi monsonici, il Ladakh non è solo alta montagna ma un luogo dove la maestosità dei paesaggi si fonde con una profonda spiritualità. Accanto alle altissime vette si aprono verdi pianure attraversate da fiumi impetuosi e sulle nude rocce sono incastonati antichi monasteri animati da grandiosi festival fatti di colori, luci, suoni, canti e danze della tradizione buddista tibetana.
Dopo una lunga selezione di agenzie locali prenotiamo il viaggio con la Maitreya Tours
Il nostro viaggio parte da Malpensa con un volo diretto per New Delhi. Da qui ripartiremo subito per Leh. I primi due giorni faremo brevi escursioni nei dintorni per permettere ai nostri fisici di acclimatarsi all´altitudine. Poi inizieremo il trekking durante il quale cammineremo per circa 5-6 ore al giorno e attraverseremo alcuni villaggi dove pernotteremo presso alcune famiglie locali. Visiteremo la Nubra Valley, antico passaggio di carovane lungo la via della seta, attraversando il Khardung La, il passo carrozzabile più alto al mondo (5.359 metri). Tappe finali del viaggio saranno New Delhi e Agra per ammirare il Taj Mahal.

3/8/2007
LA PARTENZA
A febbraio abbiamo prenotato un volo Alitalia diretto Malpensa-New Delhi a una tariffa abbastanza economica. Dopo circa 7 ore di volo arriviamo a destinazione. A Delhi fa caldissimo e appena scendiamo dall´aereo siamo avvolti da una densa cappa di umidità. Abbiamo deciso di non passare la notte in hotel; dobbiamo attendere qualche ora il volo per Leh e pensiamo sia meno complicato aspettare direttamente in aeroporto. Perciò ci trasferiamo subito dal terminal dei voli internazionali a quello delle partenze nazionali.
I due terminal sono collegati fra loro da un servizio navetta gratuito. Il bus è scassato, rappezzato e riverniciato un´infinità di volte, ma l´aria condizionata funziona perfettamente ed è a livelli polari.
Siamo gli unici stranieri a bordo, i nostri compagni di viaggio sono alcuni passeggeri indiani e un poliziotto armato.
Il bus transita all´interno dell´area aeroportuale lungo una strada pericolosamente vicina agli aerei che decollano e atterrano in continuazione. Usciti dalla zona recintata dell´aeroporto l´autobus è subito fagocitato dal caotico traffico della strada: gente dappertutto a piedi, in moto, in risciò, persino in auto a fari spenti e contromano.
Arriviamo incolumi al terminal dei voli nazionali e ci sistemiamo sui divanetti accanto al desk Air Deccan, pronti per trascorrere la notte. Non si sta poi così male, fatta eccezione per un televisore acceso a volume altissimo e per i topi che gironzolano sul pavimento. Purtroppo il via vai di gente è continuo e gli schiamazzi ci impediscono di prendere sonno.

4/8/2007
LEH E IL MAL DI MONTAGNA
Sono le 3 del mattino e c´è già gente in coda al check in. Prendiamo gli zaini e iniziamo le procedure di imbarco, macchinose e lunghissime. Dopo code, timbri, bagagli da riconoscere e altre code finalmente saliamo sull´aereo. Durante il viaggio diventa giorno e il volo ci regala uno dei panorami più belli che abbiamo mai visto; le montagne dall´alto sono straordinarie, tra le nuvole filtra la luce del sole che illumina le rocce sottostanti. Siamo quasi arrivati a destinazione e l´aereo si infila tra le vette per raggiungere la pista d´atterraggio.
Guardo dal finestrino e mi rendo conto che siamo vicinissimi alle montagne, le ali sembrano quasi sfiorare le cime. L´atterraggio all´aeroporto di Leh è uno dei momenti più emozionanti e indimenticabili del viaggio in Ladakh.
Una volta atterrati sbrighiamo le formalità burocratiche sotto lo sguardo attento di numerosi militari. Questa zona si trova infatti in un crocevia di importanza strategica al confine tra Cina, Pakistan e India e gli scontri fra gli eserciti opposti sono purtroppo abbastanza frequenti. Di qui la massiccia presenza di militari che ci accompagnerà un po´ per tutto il viaggio.
All´uscita dell´aeroporto troviamo ad attenderci Dorjey, il responsabile dell´agenzia Maitreya. L´aeroporto è vicino alla città e in poco tempo arriviamo alla guest house dove alloggeremo.
La casa è molto grande ed è gestita da una coppia con due figli di 10 e 11 anni. "Julee, julee, julee" è così che ci accolgono appena entriamo. La nostra vacanza sarà scandita da questa parola, sempre pronunciata con un tono gioioso e con il sorriso sulle labbra. Oltre a significare benvenuto è usata anche per ringraziare, salutare e in generale in ogni occasione piacevole.
La casa è pulita e accogliente, le camere con bagno sono molto spaziose anche se completamente spoglie, fatta eccezione per un tavolino e il letto (una tavola di legno appoggiata su quattro piedini) con un sottile materasso.

Trascorriamo la prima giornata in assoluto riposo. Dobbiamo acclimatarci e non vogliamo stancarci. E´ la prima volta che ci troviamo a queste altitudini e non sappiamo come potremo reagire.
Dopo un po´ di riposo pensiamo però che una breve passeggiata in città non possa farci troppo male. Con calma camminiamo tra le polverose e affollate vie di Leh, curiosando tra i negozi e le bancarelle.
Il traffico è caotico, auto, camioncini e motociclette strombazzanti circolano spericolati sulle strade.
Nonostante la passeggiata sia breve ci sentiamo presto un po´ spossati e molto lentamente facciamo ritorno alla guest house.
Purtroppo il mal di testa inizia a farsi sentire, prima debole e insidioso, poi con esplosioni improvvise e insopportabili. Iniziamo ad avere anche la nausea accompagnata da un terribile senso di vertigine. Stare in piedi è impossibile e muoversi ancora peggio, mi sembra di dover mantenere l´equilibrio su una barca nel mare in burrasca. Solo sdraiati abbiamo un po´ di sollievo. Non riusciamo a fare nulla se non a costo di uno sforzo immane.
E´ l´ora di cena e gli altri ospiti ci vengono a chiamare ma rimaniamo in camera sdraiati a letto finché non iniziamo anche a vomitare.
La nostra prima notte in Ladakh trascorre così, tra una corsa in bagno e un tentativo di dormire nonostante l´atroce mal di testa. Come se non bastasse all´esterno nella buia notte l´incessante abbaiare dei cani non ci dà tregua nemmeno per un momento.

5/8/2007
LEH
In qualche modo passiamo la notte.
E´ mattina e al rallentatore ci alziamo, ci laviamo e ci vestiamo. Non siamo ancora in grado di svolgere queste attività alla velocità normale ma riuscire a compiere questi semplici gesti ci sembra già un ottimo risultato.
Stiamo decisamente meglio anche se siamo ancora un po´ storditi. Spero solo che questi sintomi non durino troppo a lungo; non possiamo certo affrontare il trekking così deboli.
Scendiamo per fare colazione e incontriamo altri ospiti della casa: una famiglia israeliana in viaggio da mesi in Oriente, una coppia appena arrivata dall´Italia (lei è italiana, lui di Madrid) e un signore australiano poliglotta. Chiacchierando scopriamo che quest´ultimo è una guida di trekking, nonché un ricercatore inviato in Ladakh dall´Onu per monitorare lo stato dei ghiacciai. Le sue previsioni sono apocalittiche: secondo lui fra una decina d´anni questa zona sarà un deserto; il ghiacciaio che fornisce l´acqua a Leh e alla valle intorno è destinato a scomparire e la zona rimarrà presto senz´acqua. La vita sarà impossibile e la popolazione locale sarà costretta a spostarsi verso le grandi città indiane, soprattutto verso Delhi andando a ingrossare le fila dei senzatetto che vivono per strada. Speriamo si sbagli....

Incontriamo la nostra guida, Stanzin, un ragazzo di 27 anni, molto educato e rispettoso che sarà con noi per tutto il viaggio.
Visitiamo l´antico palazzo reale a Leh, ma purtroppo una volta arrivati in cima scopriamo che le visite non sono possibili a causa dei lavori di ristrutturazione.

NAMGYAL TSEMO GOMPA o VICTORY PEAK è un punto panoramico situato sulla montagna intorno a Leh, da cui si può ammirare la valle sottostante. Purtroppo il cielo è grigio e tutti i colori sono appiattiti. Un monaco ci apre il monastero dove all´interno tra le pareti affrescate si erge una grande statua del Buddha Maitreya.

Il SANKAR GOMPA è un monastero formato da numerose corti interne. All´interno ci sono 4 sale decorate con affreschi colorati, ognuno dei quali riproduce una versione del Buddha e di altre divinità, oltre a ospitare numerose statue.
La nostra guida ci spiega che in questa zona si pratica il buddhismo dell´ordine Gelugpa - noto anche come scuola dei berretti gialli, la religione ufficiale del Tibet.

Vistiamo il monastero SHANTI STUPA, una costruzione moderna situata su un punto panoramico sopra Leh.
Terminate le visite nei dintorni della capitale giriamo un po´ per la città guardando i negozi e le bancarelle che vendono oggetti e monili della tradizione tibetana.
Ceniamo in guest house in compagnia della famiglia israeliana e della coppia italo-spagnola chiacchierando piacevolmente con loro.
La signora israeliana ci informa che l´indomani il Dalai Lama sarà a Leh. In città infatti fervono i preparativi per accogliere il corteo di Sua Santità con decorazioni di fiori e con le tradizionali bandierine di preghiera.



6/8/2007
IL DALAI LAMA E I DINTORNI DI LEH
Oggi è il grande giorno: Sua Santità il Dalai Lama passerà da Leh, per poi proseguire il suo viaggio verso la Nubra Valley.
Gli abitanti di Leh e i numerosi turisti sono tutti in strada per poter rendere omaggio alla massima autorità religiosa buddhista.
Bambini, vecchi, uomini e donne di ogni età e vestiti a festa portano in dono fiori o bastoncini di incenso e pregano facendo girare la tradizionale ruota della preghiera.
Siamo subito contagiati dall´entusiasmo e dalla devozione dei fedeli e anche noi attendiamo insieme a loro il passaggio del corteo.
Apre la colonna un camioncino con a bordo musicanti intenti a suonare cimbali, trombe e strumenti tradizionali. Finalmente a bordo delle numerose auto riusciamo a vedere Sua Santità il Dalai Lama mentre dispensa benedizioni alla folla lungo la strada.
Sia io che Adriano siamo molto emozionati e colpiti dalle espressioni spontanee di gioia e di esultanza dei fedeli, segno di una religiosità profondamente sentita.

Tappa di oggi alcuni monasteri nei dintorni di Leh.
Il monastero di SHEY, l´antica capitale del Ladakh, sorge a pochi chilometri in auto. All´interno del monastero in una stanza molto buia in cui la luce filtra solo dall´alto si trova una grande statua del Buddha. Esortati da Stanzin iniziamo la visita girando in senso orario intorno alla statua, un tradizionale rituale di preghiera buddhista che ripeteremo molte volte durante questo viaggio.
Lo spazio tra la statua e la parete è molto stretto e a malapena riusciamo a passare di traverso. Alle mie spalle percepisco la presenza di qualcuno, ma non riesco a vedere di chi si tratta. Potrebbe essere un monaco perché sento il fruscio della tonaca accompagnato dal bisbigliare di una litania. In lontananza sento un monaco che intona una preghiera e suona un cimbalo. Il profumo di incenso mischiato all´odore della cera dei lumini accesi rende l´atmosfera ancora più mistica e suggestiva.
Al piano superiore incontriamo il monaco in preghiera; mentre noi ammiriamo gli affreschi e le decorazioni della sala la nostra guida chiacchiera un po´ con lui. Stanzin ci spiega che spesso i monaci vivono da soli nei monasteri e quando incontrano qualche visitatore ne approfittano per scambiare qualche parola.

Lasciato il monastero riprendiamo la jeep e lungo le strade vediamo numerosi turisti in motocicletta. Purtroppo scopriamo solo adesso che è possibile noleggiare Royal Enfield o Vespa direttamente a Leh. Peccato, ci sarebbe piaciuto moltissimo girare in moto anche se le strade sono abbastanza pericolose: sono molto strette e spesso a strapiombo sui burroni, l´asfalto è in pessime condizioni e pieno di buche e il traffico è molto intenso. Numerosi convogli militari transitano spesso su queste strade e incrociarli nei punti più stretti potrebbe diventare un problema serio. La guida spericolata degli indiani e la marcia a sinistra complicano ulteriormente la circolazione.
Il paesaggio è straordinario: da una parte c´è la catena del Karakorum, dall´altra in lontananza, oltre le montagne c´è la maestosità dell´Himalaya.
Proseguiamo lungo la valle dell´Indo tra pennellate di verde che rompono la monocromia delle rocce circostanti e del deserto di pietra. La strada è tortuosa e segue le anse del fiume, spesso attraversato da traballanti ponti addobbati con le tradizionali bandiere delle preghiere. Il vento fa svolazzare i tessuti colorati e sembra quasi che l´intero ponte si muova al ritmo del vento.

Ci stiamo dirigendo verso THIKSEY, un imponente monastero costruito nel XV secolo; il complesso è articolato in 12 piani ed è costruito su un erto sperone di roccia.
Thiksey è uno dei maggiori centri religiosi del Ladakh e forse quello con il maggior numero di monaci - circa 80 dai 7 ai 70 anni di età.
Per i più giovani il monastero è una scuola dove possono apprendere i precetti religiosi del buddhismo tibetano e dedicarsi alla preghiera, oltre a svolgere numerosi lavori e servigi per i monaci più anziani.
All´ingresso di ogni monastero (come del resto all´ingresso delle città e dei villaggi o all´interno delle case) si trovano i manichorkor, le tradizionali ruote delle preghiere fatte da cigolanti cilindri di ottone decorato che i fedeli fanno ruotare con la mano destra in senso orario affinché possano produrre effetti benefici. Secondo la tradizione le ruote diffondono nell´aria il mantra della compassione (Om Mane Padme Hum) per purificare il mondo e i suoi abitanti dal karma negativo.

All´interno del monastero è custodita una grande statua del Buddha Maitreya, il Buddha del futuro. L´iconografia religiosa buddhista è molto complicata. Oltre a numerose figure di guardiani, protettori e divinità minori esistono diverse rappresentazioni del Buddha (ad esempio del presente e del futuro) riconoscibili dalla postura del corpo e dalla posizione delle mani.
L´interno del monastero è buio e l´aria odora di cera, olio per lampade e incenso. Saliamo in cima alla terrazza da cui si gode una magnifica vista di tutta la valle.

Riprendiamo l´auto per raggiungere HEMIS e lungo la strada ci fermiamo in un villaggio per pranzare. Il ristorante è molto spartano ma siamo fiduciosi. Dopo aver dato un´occhiata all´interno preferiamo però mangiare fuori anche se le auto e i camion di passaggio sollevano un sacco di polvere. Dentro ci sono troppe mosche, impossibile sperare di mangiare tranquilli. Il pranzo, momo e fried rice, è comunque ottimo.

Lungo la strada non possiamo non notare i numerosi cartelli che invitano a guidare con prudenza. Scritti sia in indiano che in inglese riportano frasi molto divertenti, variazioni semiserie sul tema "non correre pensa a noi". Ci sono rimaste impresse alcune chicche: "Better be Mr. Late than a late Mr.", "If you are married, divorce speed", "Don´t gossip, let him drive", "You may be American or African but all are human being", "Peep peep don´t sleep" e "Saftey on roads is safe tea at home".
Non sembrano però particolarmente efficaci perché tutti guidano come dei pazzi.

HEMIS, uno dei monasteri più grandi e ricchi della zona, è un monastero Drukpa, cioè dell´ordine dei berretti rossi. E´ formato da una serie di corti interne costruite su più livelli, da una si passa all´altra in un percorso labirintico. Nella penombra scorgiamo i monaci con indosso la veste scarlatta e color zafferano. Pregano accompagnati dai cimbali e dalle campanelle che suonano a intervalli regolari durante la litania.
Anche all´interno dei monasteri ci sono molti militari; gironzolano a coppie con aria attenta. Stanzin ci spiega che nei giorni scorsi due monaci sono stati uccisi da alcuni nepalesi nel monastero di Alchi. Nessuno riesce a spiegarsi la ragione di questo gesto che però contribuisce a rendere ancora più tesi i rapporti con i paesi confinanti.

La nostra ultima tappa è STOK PALACE, la dimora della famiglia reale del Ladakh. Non è un luogo particolarmente interessante, fatta eccezione per la bellissima collezione di monili e di ornamenti preziosi.
Una volta rientrati a Leh gironzoliamo in città per ammirare le vetrine dei numerosi negozi. Ci piace tutto e vorremmo comprare tutto, dai bellissimi gioielli ai tangka e ai tradizionali oggetti di preghiera.
Trascorriamo la serata nella guest house, chiacchierando con gli altri ospiti.



7/8/2007
IL TREKKING
Oggi partiamo per la grande avventura. Riduciamo al minimo il nostro zaino: sacco a pelo e solo lo stretto necessario per trascorrere 3 notti fuori, scorte di acqua e attrezzatura fotografica. La nostra agenzia ci ha proposto un itinerario denominato Traditional Village Homestays, un trekking che prevede il pernottamento presso alcune famiglie.
Si tratta di un programma inaugurato nel 2001 nell´Hemis National Park frutto di una partnership tra Snow Leopard Conservancy, l´Istituto della Montagna e l´UNESCO. Obiettivo del programma - che ha richiesto investimenti minimi per la sua attivazione - è far conoscere agli stranieri i tradizionali villaggi himalayani e i loro valori condividendo il loro stile di vita e il cibo. In questo modo i turisti possono fare un´esperienza unica a un prezzo ragionevole e allo stesso tempo assicurare la sopravvivenza dei villaggi situati in zone remote; il ricavato è reinvestito per preservare il patrimonio naturale e la cultura locale in modo da garantire un sistema di vita eco-compatibile e offrire istruzione scolastica ai bambini. Non solo, l´obiettivo dell´organizzazione è preservare l´habitat del leopardo delle nevi, la cui sopravvivenza è ormai da tempo in pericolo di estinzione.
Le famiglie presso cui soggiorneremo - come tutti i nuclei familiari di questi villaggi - sono gruppi perfettamente inseriti nell´ambiente. Consumano ciò che producono: coltivano la terra e durante l´estate immagazzinano i prodotti per poterli utilizzare durante la stagione invernale; hanno animali che forniscono loro latte e i suoi derivati (sono vegetariani per cui non mangiano la carne delle bestie che allevano); si procurano l´acqua dai ruscelli che scorrono accanto alla casa; riciclano lo sterco animale per riutilizzarlo come combustibile; non utilizzano oggetti di plastica e non producono rifiuti non biodegradabili.
Le toilettes sono eco-compatibili e anche qui nulla va sprecato: al piano superiore c´è la latrina, una stanza con un buco nel pavimento. Al termine dei propri bisogni si getta la terra nel buco: la terra fresca impedisce il diffondersi dei cattivi odori e facilita il processo di decomposizione. Il composto accumulato al piano sottostante verrà utilizzato per concimare i campi. Ogni scarto o rifiuto viene così reinserito nel processo produttivo della natura.
Anche i turisti sono sensibilizzati in tal senso e sono invitati ad avere un particolare rispetto per l´ambiente e soprattutto a riportare via con sé tutto ciò che non può essere riciclato qui, soprattutto la plastica e le batterie.

Lasciata Leh proseguiamo lungo la valle dell´Indo in una zona in cui sorgono numerosi campi militari. Spesso gli ingombranti camion e i convogli rallentano la marcia delle auto. Lungo queste strade strette e accidentate è spesso impossibile sorpassare i camion.

Il panorama è meraviglioso. Le montagne si stagliano imponenti sul cielo blu intenso su cui spiccano nuvole bianchissime. L´Indo scorre sinuoso lungo la verde valle lussureggiante al cui confronto le montagne circostanti sembrano ancora più aride e rocciose.
La strada tortuosa si inerpica su per la montagna e gli stretti tornanti mettono a dura prova l´abilità del nostro autista. Guardare lo strapiombo dal finestrino dell´auto fa paura.
La jeep ci condurrà a Yangthang, una sorta di "campo base" da cui partiremo a piedi. Lungo il tragitto ci fermiamo per visitare il monastero di LIKIR, arroccato in una posizione magnifica lungo un pendio terrazzato. La vista del panorama ci lascia senza parole e l´intensità dei colori fa quasi male agli occhi.
Arriviamo a Likir mentre i monaci sono in preghiera. Non siamo ammessi all´interno della sala ma riusciamo a sbirciare un po´ all´interno e a sentire le loro voci accompagnate dal suono dei tamburi e dei corni. Stanzin ci spiega che si tratta di una preghiera funebre in memoria dei monaci assassinati ad Alchi. I monaci sono concentrati nella preghiera; alcuni di loro indossano curiosi copricapo a forma di cono, altri portano coloratissimi coprispalle e ornamenti molto decorati. Nonostante la triste occasione siamo affascinati dallo spettacolo e dai colori vivaci delle vesti.

Riprendiamo l´auto per proseguire il viaggio e la strada si fa sempre più stretta mentre si arrampica sui tornanti. Dall´alto possiamo nettamente distinguere il punto di confluenza fra i fiumi Indo e Zanskar.
Finalmente arriviamo a Yangthang dove prima di incamminarci pranziamo in una cucina improvvisata sotto un tendone. Poi rifocillati partiamo lungo un sentiero che percorre tutto il fondovalle.
A mano a mano che ci avviciniamo alla fine della valle il sentiero si restringe e inizia a salire lungo la montagna. La camminata non è per il momento difficile ma procediamo lentamente: fa abbastanza caldo perché il sentiero è tutto al sole e vogliamo conservare le energie per la salita più impegnativa. Siamo a 4.100 metri e l´altitudine si fa comunque sentire, abbiamo il fiato corto, il cuore batte forte e mi sento ansimare come un mantice ma un passo dopo l´altro arriviamo a ULLEY in tempi abbastanza brevi.
L´ingresso del villaggio è segnalato dalla presenza del tradizionale manichorkor della preghiera. Ulley è un villaggio piccolissimo, circa 4-5 case immerse nel verde, mi sembra il villaggio degli Hobbit del Signore degli Anelli. Al nostro arrivo siamo accolti dagli sguardi curiosi degli abitanti. Stanzin però ci spiega che non dormiremo qui, i nostri ospiti si trovano in un altro villaggio, dall´altra parte della vallata. Dobbiamo quindi scendere a valle, attraversare il fiume, e risalire l´altro costone di montagna. Questa non ci voleva, siamo abbastanza stanchi e soffriamo ancora un po´ di mal di montagna, ma lentamente ci rimettiamo in cammino e dopo circa 1 ora raggiungiamo la casa sull´altura.

Siamo accolti da 4 donne sorridenti e da un bambino. Stanzin deve farci da interprete perché le nostre ospiti parlano solo un dialetto locale. Non capiamo una sola parola di ciò che dicono ma siamo comunque affascinati dai loro volti intensi ed espressivi.
La casa è bellissima e il panorama da quassù è meraviglioso. La luce del pomeriggio è perfetta, riscalda i colori e i giochi di ombre rendono ancora più imponenti le montagne.
La casa è costruita su due livelli: il piano terreno è una sorta di deposito dove sono conservate le provviste per l´inverno. All´esterno è immagazzinato lo sterco essiccato, utilizzato come combustibile per cucinare e per riscaldarsi. Al primo piano si trovano la nostra camera da letto, le camere dei padroni di casa, la toilette comune e la cucina. Quest´ultima è la stanza più importante della casa dove la famiglia trascorre la maggior parte del tempo: qui le donne cucinano, mangiano, chiacchierano, i bambini studiano e si riposano. L´atmosfera è calda e accogliente ed è il vero focolare della famiglia.
La nostra stanza è molto spaziosa e confortevole: due materassi appoggiati a terra e un tavolino sono tutto l´arredamento, ma non abbiamo bisogno di altro.
Sembra che in questa casa il tempo si sia fermato a 100 anni fa. Non c´è luce elettrica (fatta eccezione per una batteria d´auto collegata a una lampadina), non c´è acqua corrente, non esiste la cucina a gas ma solo una stufa a legna (e soprattutto a sterco!).
Stanzin ci spiega che in questi villaggi la vita è molto semplice, le giornate sono scandite dal ciclo del sole e delle stagioni e il tempo trascorre lentamente tra le faccende di casa e dei campi e tra le chiacchiere in famiglia.
Durante l´inverno questi villaggi sono completamente isolati e gli abitanti quasi non escono di casa a causa delle temperature rigide. In Ladakh l´inverno si trascorre in famiglia e al riposo, dedicandosi alle chiacchiere, agli affetti famigliari e alla preghiera.

La famiglia che ci ospita al momento è composta dalla nonna, dalla nipote di 15 anni e dal nipote di 5. Le altre due donne presenti sono amiche della nonna venute a farle visita. Gli uomini di casa lavorano lontano e la mamma è al villaggio, dalla parte opposta della valle. Verso sera i figli comunicano con la mamma grazie all´eco, gridando verso la montagna di fronte. In questo modo possono raccontarsi come hanno trascorso la giornata e darsi la buonanotte.

La nonna e i nipoti ci accolgono nella loro casa con gentilezza, con grande senso dell´ospitalità. Ci servono the e biscotti fatti in casa.
All´esterno la casa è circondata dai campi coltivati che appartengono alla famiglia e che assicurano il loro fabbisogno di orzo e riso. L´acqua non manca ed è fornita da alcuni corsi d´acqua alimentati dal ghiacciaio poco distante. Yak e capre forniscono tutto il latte necessario.
La luce del crepuscolo ci regala uno scorcio indimenticabile dei campi e delle montagne circostanti.
La ragazzina si dedica alle sue faccende quotidiane e la seguiamo mentre munge lo yak e raccoglie il latte per fare lo yogurt.

Sta calando il sole e entriamo tutti in casa dove assistiamo alla preparazione della cena. La nonna e la ragazzina iniziano a cucinare una zuppa di verdure bollite e una sorta di ravioli di pasta ripiena.
Offrono the nero e the al burro. Personalmente trovo quest´ultimo imbevibile; il the è salato e sulla superficie galleggiano disgustose chiazze di grasso di burro. So che è sconveniente ma rifiuto ogni volta che me lo offrono.
La cena invece è ottima. Il menu è vegetariano e per me che non amo particolarmente la carne è un´ottima dieta. Mentre i nostri ospiti mangiano non possiamo fare a meno di notare quanto siano ben educati. L´atmosfera è semplice ma ogni loro gesto ha un´eleganza innata fuori dal comune.
Dopo cena usciamo all´aperto per raggiungere la nostra stanza e rimaniamo a bocca aperta: la fitta oscurità è rischiarata da un´infinità di stelle, così vicine che ci sembra quasi di poterle toccare.
Stanzin non può fare a meno di ridere. Ed effettivamente vedere due adulti incantati con il naso all´insù che esclamano Ohhhh deve essere uno spettacolo abbastanza buffo. Lui però non sa che questo è il cielo stellato più spettacolare che abbiamo mai visto.

8/8/2007
HEMIS SHUKPACHAN
Ci alziamo e facciamo colazione a base di yogurth e verdure in compagnia della nonna, dei nipoti e della nostra guida.
Adri chiede loro di fare qualche fotografia insieme. Per l´occasione si pettinano e si cambiano gli abiti, la nonna in particolare indossa il copricapo e gli ornamenti delle grandi occasioni. Amano farsi fotografare e vogliono essere ritratti al meglio. Scattiamo numerose fotografie con la promessa di spedirgliele una volta rientrati in Italia.

Purtroppo è arrivato il momento dei saluti. Lasciamo un´offerta alla famiglia come ringraziamento per l´ospitalità ricevuta. La nonna ci dà un sacchettino con i biscotti e le mandorle per affrontare le fatiche della camminata. Ne abbiamo bisogno, oggi ci aspetta la tappa più dura del trekking.
Ripercorriamo a ritroso una parte del tragitto fatto ieri. Scendiamo quindi a fondo valle e risaliamo lungo il crinale; lasciamo Ulley e camminiamo lungo il lato della montagna fin quasi a fondo valle. Il sentiero è molto stretto e ripido e non è segnalato in alcun modo. Cerco di seguire i passi di Stanzin (a fatica perché è veloce come uno stambecco) e bene o male riesco ad arrivare a fondo valle (male direi, visto che ci arrivo cadendo...).
La nostra guida ci mostra il tragitto che dobbiamo fare per raggiungere il prossimo villaggio: dobbiamo salire lungo la montagna, attraversare il passo Spango-la a quota 4.104 metri e poi scendere dall´altra parte.
Adri ed io ci guardiamo un po´ perplessi: non c´è nessun sentiero ma solo una ripida pietraia assolata. La salita si rivela fin da subito durissima, il terreno è molto friabile, facciamo un passo avanti e due indietro, il sole è cocente e le pietre riflettono i raggi rendendo quasi insopportabile il calore.
L´altitudine si sente e gli zaini sono pesanti nonostante siano ridotti al minimo. Solo l´attrezzatura fotografica di Adri pesa almeno una decina di chili. Che fatica, la salita sembra non finire mai e ogni tanto ci dobbiamo fermare per riprendere fiato.
Adri ripete all´infinito il suo mantra personale - piede destro piede sinistro - e lentamente dopo quasi un´ora di salita raggiungiamo il valico.
Anche in cima al passo troviamo i segni della profonda spiritualità di questi luoghi: i tradizionali cumuli di sassi eretti dai viandanti per propiziarsi le divinità che aleggiano tra queste vette e le corde su cui il viaggiatore issa le colorate bandierine di preghiera in modo che il vento possa diffonderne il messaggio.
Ci sediamo sul crinale per assaporare questo momento quasi mistico, il silenzio è totale ed è rotto solo dal fischiare del vento.

Dopo esserci rifocillati con la merenda della nonna riprendiamo la marcia in discesa e in un attimo raggiungiamo il fondovalle. Fortunatamente ora si cammina in piano ma siamo comunque abbastanza stanchi perché la salita ci ha spezzato le gambe e gli zaini ci sembrano dei macigni. Finalmente avvistiamo la nostra meta, il villaggio Shukpachan, quasi un miraggio in fondo alla valle, un´oasi tra le montagne brulle.
Neanche a dirlo la casa dove alloggeremo si trova dall´altra parte del villaggio; a fatica ci trasciniamo lungo le viuzze per raggiungere la nostra meta. Per le vie ci colpisce la presenza di numerosi ragazzi occidentali, tutti con l´aria un po´ fricchettona. Scopriremo in seguito che sono studenti arrivati qui per fare una sorta di stage e collaborare a vari progetti di cooperazione e di lavoro agricolo nei campi.
Finalmente arriviamo a destinazione. La casa è molto bella e spaziosa, immersa nel verde accanto a un corso d´acqua. La nostra camera è molto grande e pulita. Appena entrati ci buttiamo sui materassi per riposare un po´. Poco dopo sentiamo bussare alla porta: è un altro ospite, un ragazzo inglese un po´ hippy che ci dà il benvenuto e si ferma a chiacchierare con noi. Sarà a causa della stanchezza ma non riusciamo a capire quasi niente di quello che dice.
Poco dopo qualcun altro bussa ancora alla nostra porta: è la figlia della padrona di casa, una ragazzina carinissima di 9 anni appena tornata da scuola, con ancora addosso la divisa. Parla abbastanza bene l´inglese e riusciamo a fare un po´ di conversazione anche con lei. Siamo l´attrazione del giorno e questo ci fa molto piacere ma vorremmo riuscire a riposare un po´ prima della cena.
Facciamo una doccia ristoratrice. Il bagno è una stanzina di cemento senza soffitto e senza acqua corrente. L´acqua è in un secchio ed è inaspettatamente calda grazie al sole (furbi però.... Ecco perché non c´è il soffitto...).

Chiacchieriamo un po´ con la nostra guida davanti alla solita tazza di thè.
Secondo lui i nostri ospiti sono benestanti. Ci spiega che maggiore è il numero delle pentole e delle stoviglie esposte in cucina e più ricca è la famiglia. E qui le stoviglie sono molte. L´atmosfera infatti è molto diversa rispetto alla famiglia di Ulley: sono più occidentalizzati nei modi, hanno la televisione, il telefono e una cucina a gas, anche se non ci sono acqua corrente e luce elettrica. Stanzin ci riferisce che il marito è un professore e i figli più grandi si sono trasferiti a Delhi per studiare.
Ceniamo in compagnia della padrona di casa e di sua figlia, oltre alla nostra guida, al ragazzo inglese e ad altri due ragazzi ladakhi di cui non riusciamo a capire la parentela o il ruolo all´interno della famiglia.

9/8/2007
VERSO LAMAYURU
Oggi ci aspetta l´ultima tappa del trekking e poi il monastero di Lamayuru, uno dei più belli del Ladakh.
Appena ci svegliamo la bambina viene a darci il buongiorno portandoci il the appena fatto. Facciamo poi la colazione vera e propria in cucina con il resto della famiglia e con l´ospite inglese.
Ad un certo punto la padrona di casa vuole mostrarmi il suo abito tradizionale e insiste per farmelo provare. Capisco che per lei è motivo di orgoglio e mi presto volentieri al gioco.
La vestizione è abbastanza complicata e avviene sotto gli occhi di un piccolo pubblico: la mamma e la figlia (mani indispensabili che mi vestono dalla testa ai piedi), la nostra guida, Adriano, i due ragazzi indiani e l´ospite inglese. Tutti hanno l´aria di apprezzare molto lo spettacolo. Io mi diverto un po´ meno perché mi sento come un albero di Natale pronto per essere addobbato. Ma mi adeguo pazientemente.

Inizio indossando un pesante abito di lana bordeaux che mi tiene un caldo tremendo e mi pizzica.
Poi mi infilano un curioso copricapo nero, praticamente due gigantesche orecchie che mi fissano ai lati della testa e che mi fanno sembrare un po´ Minnie. Tutti ridono come matti, chissà forse le orecchione non mi donano particolarmente...
Il copricapo si completa con una lunga e pesante decorazione di perle e turchesi, fissata al capo da alcuni ganci. Le orecchie (le mie, quelle vere) sono schiacciate sotto il peso del copricapo e degli ornamenti ma ignoro il dolore e soffro in silenzio. Mi completano l´addobbo uno scialle di pelo bianco appoggiato sulle spalle e alcune collane e monili intorno al collo.
Fa caldissimo e inizio a sudare copiosamente e la lana dell´abito mi fa un prurito incredibile. Non posso muovermi a causa degli addobbi che mi impediscono qualsiasi movimento.
Resisto stoicamente e mi faccio fotografare da tutti i presenti. La signora e la figlia ammirano con orgoglio il risultato finale e sembrano soddisfatte. Anche se non capisco perché tutti continuano a ridere. Faccio finta di niente anche se inizio a sentirmi un po´ a disagio. Adriano dice che sono bellissima.
Finalmente mi spogliano! La svestizione richiede circa una ventina di minuti e ogni oggetto è riposto nelle scatole con una cura e un´attenzione quasi commovente.
Stanzin ci spiega che gli abiti e i gioielli sono molto preziosi e vengono generalmente tramandati di madre in figlia. Hanno quindi un grande valore affettivo e sono il simbolo della famiglia e della tradizione.

Rivesto i miei miseri panni da trekker e dopo esserci congedati riprendiamo il cammino. Attraversiamo nuovamente le vie del villaggio e passando salutiamo i ragazzini in divisa in attesa del bus che li porterà a scuola. Prati verdi, ruscelletti, casette bianche: ci sembra di essere in una favola.
All´inizio il percorso è in piano e dopo la salita di ieri mi sembra una favola. Raggiungiamo molto facilmente un primo passo, il RONGTHI LA a 3.816 metri. Ci fermiamo qualche minuto presso le bandierine delle preghiere e i tradizionali chorten, basse e bianche costruzioni votive in pietra.
Poi iniziamo a scendere lungo il crinale della montagna, un sentiero ripido e molto stretto che mette a dura prova le mie ginocchia doloranti. Il panorama è meraviglioso. In lontananza scorgiamo alcuni piccoli puntini in movimento sulla montagna di fronte. Sono altri escursionisti, i primi che incontriamo su queste immense montagne.
Stanzin vuole farci sentire l´eco e grida verso la montagna. Torniamo per un po´ bambini e gridiamo come pazzi frasi senza senso, finché inaspettatamente qualcuno risponde. La voce appartiene a uno degli operai che stanno costruendo una strada proprio sopra il nostro sentiero. Dopo aver scambiato qualche frase con la nostra guida riprendiamo la marcia lungo il costone. Stanzin e io siamo avanti, mentre Adriano si attarda a fare alcune fotografie.
All´improvviso una tremenda esplosione rompe il silenzio e grossi massi iniziano a cadere dall´alto della montagna. Io e Stanzin ci guardiamo spaventati e non riusciamo a capire cosa stia succedendo. Non abbiamo nemmeno il tempo di reagire che un´altra esplosione più violenta della prima solleva un gran polverone e massi ancora più grandi franano giù dal costone. Siamo entrambi terrorizzati perché siamo completamente allo scoperto. Non solo, siamo preoccupati per Adriano. Stanzin mi fa accucciare sotto uno sperone di roccia e corre indietro per recuperare Adriano.
Ho letto che talvolta ci sono scontri armati fra i soldati che presidiano i confini e temo di trovarmi sotto il loro fuoco incrociato.
Anche il gruppo di escursionisti sulla montagna di fronte si è fermato e guarda nella nostra direzione. Possibile che qualcuno ci stia veramente sparando addosso?
Adriano e Stanzin arrivano di corsa, entrambi stanno bene ma Adriano è un po´ scosso. Mi racconta che l´esplosione è stata proprio sopra la sua testa e per un soffio i massi non l´hanno colpito.
Ancora increduli per l´accaduto corriamo più in fretta che possiamo lungo il sentiero quando d´un tratto Stanzin ha un´illuminazione! Sono gli operai che stanno minando la montagna per costruire la strada. Solo adesso Stanzin si rende conto che la voce dell´eco gli aveva urlato di fare attenzione alle esplosioni. Complimenti...

Ci arrampichiamo lungo uno stretto e tortuoso sentiero. Incrociamo in senso opposto un viandante con due muli e a malapena riusciamo a passare senza scivolare di sotto. La salita non è però particolarmente dura e raggiungiamo velocemente il passo Meptalla, a quota 3.845 metri.
Ci godiamo un po´ di riposo e il panorama, a perdita d´occhio montagne spoglie e lunari, la neve sulle vette più alte sembra fondersi con le nuvole in cielo, sotto verdi e vaste vallate.
Il nostro trekking è quasi al termine e cerchiamo di "riempirci" gli occhi con queste vedute meravigliose; difficilmente dimenticheremo questo panorama.

In discesa il sentiero è molto facile e in poco tempo arriviamo al villaggio di TIMISGAM, dove facciamo una breve sosta per rifocillarci. Qui abbiamo appuntamento con il nostro autista che ci viene a prendere con la jeep. Ancora una volta il paesaggio cambia: verdi alberi carichi di albicocche punteggiano la valle, intorno montagne alte e cielo blu.
Facciamo una sosta a KHALSEY, una cittadina molto caotica e trafficata. Le strade sono affollate di gente, turisti e camion coloratissimi e strombazzanti. Mangiamo in un "ristorante" invaso dalle mosche, ma a dispetto dell´igiene il cibo è buono.

Riprendiamo la jeep per raggiungere il monastero di LAMAYURU.
Diamo un passaggio a un monaco che appena sale in auto si addormenta come un sasso. La strada è terribile, tortuosa e stretta a strapiombo su burroni spaventosi. La strada segue il sinuoso corso del fiume Indo e si addentra in uno stretto e arido canyon. La carreggiata è larga a malapena quanto la jeep e molto spesso in presenza di altri veicoli siamo costretti a fermarci o a fare retromarcia perché è impossibile passare. Non oso guardare fuori dal finestrino perché le ruote della nostra jeep sono letteralmente a pochi centimetri dal burrone. L´autista mi vede dallo specchietto retrovisore e mi prende in giro.
La roccia è spesso così sporgente che gli autisti dei camion devono sporgersi dai finestrini per controllare che il cassone non urti gli speroni.

Arrivati nei pressi di Lamayuru il panorama cambia completamente, il paesaggio diventa lunare con da rocce lisce e arrotondate. Questa zona è infatti chiamata Moon Space.
Ancora una volta siamo stupiti dalla varietà di panorami che la natura ladakha ci regala.

Dopo un veloce sopralluogo alla guest house andiamo subito a visitare il monastero, arroccato su un ripido sperone di roccia che domina tutta la valle. La luce è perfetta e crea netti contrasti cromatici: il blu del cielo, il bianco delle nuvole, il verde degli alberi e il color rosso e zafferano delle vesti dei monaci.
Arriviamo durante la preghiera e i monaci sono tutti riuniti nella grande sala; ci affacciamo timidamente sulla soglia e fortunatamente otteniamo il permesso di entrare e di assistere alla celebrazione.
Sono molto emozionata e timorosa: da un lato non voglio invadere un momento così intimo come la preghiera, dall´altro però sono curiosa e non voglio perdere l´occasione di seguire così da vicino un rito a me sconosciuto.

L´atmosfera è molto mistica e ci sentiamo subito coinvolti. I monaci sono assorti e recitano i mantra avvolti nelle spire fumose e profumate degli incensi. Ad un certo punto è un´esplosione di suoni: corni, cimbali, gong e campanelle accompagnano la preghiera. Io e Adri siamo rapiti da uno spettacolo religioso che coinvolge tutti i sensi: i colori vivaci degli affreschi e degli abiti dei monaci si fondono con i suoni degli strumenti e con il canto e diventano tutt´uno con il profumo dell´incenso mescolato all´odore dei monaci, del legno e della cera.
Non tutti i monaci sono sempre concentrati nella preghiera, alcuni si distraggono e mangiano, bevono o sonnecchiano. Soprattutto i più giovani, alcuni ancora bambini, giocano, si fanno i dispetti, chiacchierano e ridono finché i monaci più anziani non li ammoniscono con una severa occhiata.
Adriano scatta numerose fotografie; alcuni monaci sembrano molto compiaciuti e si mettono in posa per lui.
Non capiamo nulla di ciò che dicono ma è subito chiara la gerarchia esistente fra i monaci e i gesti che compiono. I più anziani muovono in maniera armoniosa le mani, concentrati e assorti nella preghiera seguono il ritmo della musica, mentre altri suonano gli strumenti.
Terminata la preghiera Adriano continua a scattare foto ai monaci, con la promessa di spedirle una volta ritornati a casa.
La visita al monastero di Lamayuru mi ha lasciato uno straordinario ricordo, è stato un momento di grande spiritualità e suggestione che a distanza di tempo ha ancora un grande fascino.

10/8/07
ALCHI
Per raggiungere il monastero di Alchi dobbiamo percorrere una lunga e tortuosa strada che dalla montagna scende verso la valle dell´Indo.
L´asfalto è in condizioni disastrose e siamo costretti a procedere molto lentamente. Ai lati della strada ci sono numerosi cantieri, gli operai passano ore sotto il sole cocente a spaccare enormi macigni con piccoli martelli e scalpelli. Una pena da girone infernale, ignorando le più elementari regole di sicurezza. Nei pressi dei cantieri vediamo donne magre in sari coloratissimi con accanto bambini mocciosi. Sono i parenti degli operai, che si adattano a vivere accampati in tende accanto al luogo di lavoro del capofamiglia.

Alchi è  uno dei monasteri più antichi del Ladakh. Il vasto complesso monastico risale al XI ed è ora sotto la tutela dell´Unesco; al suo interno sono custoditi alcuni dei tesori artistici più importanti della cultura buddista, tra cui affreschi e sculture in legno di valore inestimabile.
A differenza degli altri monasteri visitati, Alchi non è costruito su uno sperone della montagna e non è a più piani. La struttura è bassa, a un piano solo con ampi cortili che affacciano sulla riva del fiume Indo.
Nel pomeriggio facciamo rientro a Leh dove passiamo la serata in compagnia dei nostri amici alla guest house.

11/8/07
VERSO LA NUBRA VALLEY
Oggi ci aspetta un lungo tragitto in jeep per raggiungere la Nubra Valley, attraverso il Khardung La, il passo carrozzabile più alto al mondo a quota 5.359 metri.
La strada che porta al famoso valico è per un lungo tratto asfaltata ma molto stretta e piena di tornanti. Ci imbattiamo continuamente in lunghi convogli militari che rallentano notevolmente la marcia. Non sempre è possibile sorpassarli, bisogna aspettare che la strada e il traffico lo permettano. In teoria il traffico dovrebbe essere solo in un senso di marcia: al mattino è consentita solo la marcia in salita e al pomeriggio in discesa, ma ovviamente non è così e incrociamo numerosi veicoli in discesa.
Circa a metà percorso c´è un grande campo militare allestito a bordo strada. Da qui in poi la strada non è più asfaltata e lo sterrato è in condizioni pietose, pieno di buche e massi. L´autista è costretto a procedere a passo d´uomo.
Ogni tanto superiamo qualche ardito in mountain bike, veri eroi che decidono di salire fin quassù in bicicletta. Non riesco a immaginare niente di più faticoso.
E´ una giornata meravigliosa, il sole splende nel cielo blu e il panorama in cima al passo è da togliere il fiato (già corto a causa dell´altitudine!). Davanti a noi vediamo le alte cime innevate dell´immensa catena del Karakoram, sotto di noi le verdi valli.
Ci fermiamo un po´ per fare qualche fotografia, girando curiosi fra le colorate bandierine delle preghiere mosse dal vento.
Dopo qualche minuto gli effetti dell´altitudine si fanno sentire. Anche il più banale movimenti richiede uno sforzo enorme, riusciamo a malapena a salire e scendere i pochi scalini che ci portano a un chorten. Stanzin ci spiega che per i turisti è consigliabile non fermarsi più di un paio d´ore, gli effetti del male di montagna sarebbe infatti insopportabili.

E´ arrivato anche per noi il momento di ripartire. La strada in discesa è forse in condizioni ancora peggiori dell´altro versante. Rimaniamo subito bloccati da due camion militari che procedono in senso opposto e non riescono a passare; la strada è troppo stretta e rimangono incastrati bloccando il traffico in entrambi i sensi di marcia. Fortunatamente dopo vari tentativi e numerose manovre gli autisti riescono a sbloccare la situazione.

Arrivati a valle si apre davanti ai nostri occhi un vasto canyon, sul fondo roccioso scorre impetuoso il fiume Shyok alimentato dall´acqua dei ghiacciai. Facciamo tappa a DISKIT, capoluogo della valle, dove recentemente c´è stata una grande inondazione. Stanzin ci spiega che quando le piogge sono particolarmente abbondanti i lati della montagna franano travolgendo tutto; la roccia è infatti molto friabile e non c´è alcun tipo di vegetazione che possa trattenere il terreno.
Visitiamo il monastero di Diskit, arroccato sulla parete della montagna.

Dopo qualche chilometro il fiume Shyok si immette nel fiume Nubra formando una valle molto larga. Il paesaggio è verdissimo, interrotto qua e là dalle grigie dune di sabbia desertica. Tutto intorno alte e spoglie montagne rendono unico il paesaggio di questa fertile e lussureggiante valle.
Sulle radure pascolano indisturbate mucche e capre, oltre a qualche cammello Bactrian.
Pernottiamo a HUNDAR, presso la guest house Snow Leopard, immersa nel verde e molto tranquilla e pulita.

12/8/07
LE SORGENTI CALDE DI PANAMIK E SUMUR
Lungo il percorso verso Sumur facciamo una tappa alle calde sorgenti di PANAMIK. So di non dovermi aspettare Montecatini o Saturnia ma ciò che ci troviamo davanti agli occhi è veramente deludente e squallido.
Presso le sorgenti di acqua calda sulfurea sorgono due solitari e anonimi gabbiotti in cemento grigio. Attraverso dei tubi l´acqua termale viene convogliata in questi locali. All´interno c´è una grande vasca (o più correttamente un buco) nel pavimento in cui viene raccolta l´acqua termale calda. Tappando la vasca e immergendosi è possibile fare un bagno rigenerante nelle calde acque termali. Peccato però che la vasca sia sporchissima. Un simpatico vecchietto indigeno appena uscito ha pensato bene di fare i suoi bisogni proprio lì... Non oso togliermi le ciabatte né tantomeno immergermi completamente. In pratica faccio solo una doccia calda.

Fortunatamente la guest house a SUMUR è molto accogliente e la famiglia che la gestisce è particolarmente gentile e ospitale.
Arriviamo nel pomeriggio e abbiamo tutto il tempo per riposare e rilassarci.
Io purtroppo durante la notte sto malissimo, ho un attacco di otite all´orecchio destro che mi perseguiterà per il resto della vacanza.
Mi imbottisco di tranquillanti ma il male non mi dà tregua. Aspetto il mattino sperando che la situazione possa migliorare ma invano...

13/8/07
IL RITORNO A LEH
Sto sempre male e l´idea di passare tutto il giorno in auto su quella strada tremenda mi fa stare ancora peggio. Cambiare continuamente altitudine non è poi certamente indicato per l´otite, ma non ho alternativa.
Non ce la faccio più, il dolore all´orecchio mi sta uccidendo e il viaggio è una vera tortura. Continuo a prendere antidolorifici ma il male si attenua solo finché dura l´effetto della medicina.
Arrivati a Leh mi faccio accompagnare all´ospedale, ma al pronto soccorso c´è una fila lunghissima. Il dottore mi potrà visitare solo dopo ore di attesa. Non posso farcela, sono disposta a farmi visitare dallo sciamano o dal medico esperto in medicina tibetana. Ma desisto quando mi informano che gli effetti delle loro cure non sono immediati. Il medico "tradizionale" potrà visitarmi solo molto più tardi. Pazienza, mi rassegno e attendo il suo arrivo alla guest house.
La diagnosi è otite; il medico mi prescrive una serie di medicine che Adri riesce a procurarmi alla farmacia locale. Inizio subito le cure e fortunatamente ho un po´ di sollievo, ma rimango un po´ stordita per i giorni successivi.

14/8/07
NEW DELHI
Partenza all´alba per Delhi. Sono intontita dagli antidolorifici e mezza sorda a causa dell´otite. Ovviamente non potrei volare perché rischio di peggiorare la situazione, ma ovviamente non posso posticipare la partenza.
Purtroppo è arrivato il momento dei saluti, lasciamo qualche ricordo a Stanzin e al driver. Siamo quasi commossi quando ci regalano le sciarpe bianche buddiste e ci augurano pace e felicità. Ci siamo trovati molto bene con loro e ricambiamo di cuore i loro auguri.

Arrivati a Delhi siamo avvolti da un caldo umido e soffocante. Il traffico è indescrivibile: auto, carretti, pedoni, motorini, risciò e biciclette sono dappertutto e ognuno procede per la propria strada incurante della segnaletica stradale e dei sensi di marcia. Tutti suonano il clacson e nelle strade si crea una cacofonia chiassosa che mi rimbomba nella testa.

Alloggiamo al YMCA, un ostello decoroso e pulito nei pressi di Connaught Place.
Ci facciamo una doccia veloce e ci buttiamo subito nella mischia.
Appena usciamo dall´ostello siamo assaliti da taxisti, venditori, mendicanti, bambini e semplici curiosi che non ci danno tregua.
Sembra che tutti abbiano qualcosa da proporti, qualche consiglio da darti, qualche posto dove portarti e anche solo incrociare il loro sguardo è interpretato come un invito a rivolgerci la parola. Siamo in strada da pochi minuti e siamo già stremati... Egoisticamente decidiamo di ignorare tutti.
Le vie brulicano di passanti, un´umanità varia ed eterogenea che ci affascina: turisti, eleganti uomini d´affari, mendicanti vestiti di stracci che vivono per strada, donne in sari, bambini con l´immancabile moccio al naso, studenti, sikh con grandi turbanti.
Effluvi di cibo fritto, urina e feci, profumi dolciastri a buon mercato e smog ci avvolgono lasciandoci storditi.
Le donne sembrano tutte principesse, eleganti nei loro sari colorati abbinati ai braccialetti di vetro che tintinnano a ogni movimento delle loro braccia. Gli uomini mi fissano curiosi con grandi e intensi occhi neri e appena ne hanno l´occasione mi fermano per sapere come mi chiamo e da dove vengo. I più arditi chiedono di poter fare una fotografia insieme.

Siamo un po´ provati dal caldo infernale ma troviamo la forza per visitare il Red Fort e la moschea nei dintorni. Il tragitto in tuk tuk ci risveglia dal torpore perché a ogni accelerata rischiamo di cappottarci o di investire qualche motociclista.
Rimango colpita dalle bici-risciò guidate da uomini magrissimi che trasportano fino a 3 passeggeri, generalmente molto più grassi del guidatore. Hanno il volto stravolto dalla fatica e dal caldo, gli occhi quasi fuori dalle orbite per lo sforzo immane; quando il traffico lo permette si aggrappano ai camion in transito in modo da farsi trainare, le mani attaccate al parafango pericolosamente vicine alle grandi ruote in movimento.
Gironzoliamo un po´ per la città, senza una meta precisa ma con l´obiettivo di vedere l´India vera. Siamo subito accontentai non appena lasciamo le vie principali. Ci infiliamo in un dedalo di viuzze strette su cui si affacciano minuscole botteghe e case fatiscenti. I vicoli sono bui (i grovigli di cavi elettrici sopra le nostre teste sono così fitti che la luce del sole non riesce a passare) e maleodoranti (l´odore di cibo si fonde all´odore dei liquami scuri che scorrono tra i nostri piedi). Mucche scheletriche passeggiano indisturbate fra le persone, i risciò e le motociclette sfrecciano velocissimi incuranti della gente a piedi, biciclette con carichi enormi in bilico sui portapacchi arrancano in questo marasma.
L´aria è ferma, puzzolente e densa e ci avvolge nelle sue spire malsane. Ogni tanto dall´alto ci colpiscono delle gocce d´acqua, non riusciamo a capire da dove arrivi visto che non sta piovendo. Forse è meglio non saperlo...
Davanti a un tempio sikh osserviamo interessati le abluzioni di un fedele che si prepara alla preghiera. L´acqua di un colore marroncino scorre in un rigagnolo a lato del marciapiede e raccoglie gran parte della sporcizia della strada. L´uomo si lava le mani e il viso e poi (orrore!) la beve. Quest´uomo deve avere degli anticorpi straordinari.

15/8/07
AGRA E IL TAJ MAHAL
Sveglia all´alba per prendere il treno che ci porterà ad Agra.
Usciamo dall´ostello che è ancora buio e sui marciapiedi nell´oscurità si intravedono alcune sagome a terra. Sono uomini donne e bambini che vivono per strada, sui marciapiedi, nelle aree spartitraffico, persone così povere da non potersi permettere nemmeno una baracca negli slums.

La stazione di Delhi è grande e affollatissima: c´è qualche turista straniero e una marea umana di indiani carichi di valigie e pacchi enormi.
Viaggiamo in prima classe; il treno è pulito e confortevole e il servizio a bordo è eccezionale. Nel prezzo del biglietto (15 euro circa) sono compresi acqua minerale, thermos di acqua calda per il the, succo di frutta, abbondante colazione e un quotidiano locale in lingua inglese.

Il treno parte, guardo fuori dal finestrino e mi scorre davanti l´umanità derelitta della bidonville: uomini donne e bambini si svegliano, si alzano, escono dalle baracche, fanno i loro bisogni e si lavano gli uni accanto agli altri, sotto gli occhi di tutti. Mi sento una guardona a osservarli in questi momenti così intimi.
Siamo partiti da un pezzo ma le baracche sembrano non finire mai.
Poi di colpo la vegetazione si fa più fitta e al posto delle baracche ci sono adesso le capanne dei contadini.

Arrivati alla stazione di Agra siamo letteralmente assaliti da una folla di bambini, mendicanti, venditori ambulanti, presunte guide turistiche che ci strattonano e ci toccano. Nel frattempo siamo tirati dalla nostra guida che tenta di sottrarci all´assalto ma non fa che contribuire alla confusione generale.
Saliamo in auto un po´ stralunati.
Dal finestrino del taxi Agra sembra ancora più sporca e povera di Delhi. Oggi è il 60° anniversario dell´indipendenza dell´India, forse la più importante festa nazionale indiana, e il traffico è terribile.
Sulle strade circola di tutto: uomini, auto, risciò a motore e a pedali, biciclette, carretti trainati da cavalli, mucche e persino cammelli.
Alloggiamo all´hotel Utkarsh Vilas.

Anche ad Agra fa molto caldo e un sole malato rende l´afa intollerabile. La nostra guida è un giovane molto educato (forse troppo per essere veramente spontaneo) e con l´aria da furbetto.
Visitiamo velocemente l´AGRA FORT, una costruzione sulle rive del fiume Yamuna. E´ molto interessante ma purtroppo la nostra guida ci fa fare un giro breve. Non riusciamo a capire perché ma la nostra guida ha una fretta terribile e Adri è molto irritato dal suo atteggiamento.
Al momento facciamo finta di niente mentre ci dirigiamo alla tappa successiva, ITIMAD-UD DAULAH´S Tomb.
Guardiamo fuori dal finestrino e vediamo polvere sporco e rigagnoli neri e maleodoranti ai lati delle strade.
La circolazione sul ponte che attraversa il fiume è folle.
Biciclette e carretti carichi all´inverosimile bloccano irrimediabilmente le automobili che per farsi strada strombazzano e danno gas al motore. Come se servisse a qualcosa...
La tomba è molto bella tanto da farla considerare un Taj Mahal in miniatura. La guida ci mette ancora fretta nonostante le nostre proteste.

Dopo la solita visita alle trappole per turisti (una fabbrica di tappeti e una di lavorazione del marmo) andiamo a pranzo in un ristorante dove un gruppo suona musica tradizionale. Un bambino balla per i turisti, vestito con un costume da odalisca e con gli occhi truccati di kajal. Lo spettacolo è un po´ deprimente e mi fa pensare a orribili scene di sfruttamento dei bambini.

Finalmente stiamo andando a visitare il Taj Mahal.
Grazie a recenti disposizioni le auto sono costrette a parcheggiare lontano dal sito per evitare che i gas di scarico possano ingiallire e rovinare il marmo. Solo i veicoli elettrici sono autorizzati ad avvicinarsi.
Sopportiamo il solito assalto di venditori, questuanti, mendicanti e bambini che si improvvisano guide turistiche. Sono così tanti che quasi non riusciamo ad aprire le portiere dell´auto.

Al monumento c´è una folla incredibile, è la festa dell´indipendenza nazionale e sembra che tutti gli indiani abbiano deciso di visitare il Taj Mahal oggi.
All´entrata i rigidi controlli di sicurezza sono riservati solo ai turisti, i locali possono entrare liberamente senza che le guardie diano nemmeno un´occhiata alle loro borse! Bizzarro e anche abbastanza seccante.

Non appena arriviamo davanti al mausoleo ci dimentichiamo subito del caldo, della folla e della guida frettolosa. E´ imponente e bellissimo. Purtroppo nonostante gli sforzi del personale i visitatori indiani non sono per niente rispettosi del luogo; toccano il marmo anche se è vietato, camminano dappertutto con le scarpe, scattano fotografie dove non è possibile e lasciano rifiuti in giro. Peccato.
Ignoriamo i gesti della guida (che anche qui vorrebbe farci visitare tutto in gran fretta) e ce la prendiamo comoda.

16/8/07
LA CITTA´ DI AGRA E IL RITORNO A DELHI

Abbiamo tutto il giorno a disposizione e visitiamo un po´ la città. Purtroppo è molto sporca e fatiscente, i liquami maleodoranti scorrono un po´ dappertutto e il traffico è caotico. I venditori ambulanti espongono la loro mercanzia su banchetti improvvisati. Come in tutti i paesi poveri si ricicla un po´ tutto e ognuno vende ciò che può. Rimaniamo particolarmente colpiti da un venditore di dentiere usate!!!


 


Siamo stremati dal caldo ma non vogliamo passare tutta la giornata in albergo. Che facciamo? Semplice, andiamo al cinema.


Vediamo un film musicale che ha come protagonista Shahrukh Khan, il divo di Bollywood del momento.


La trama del film è così semplice che riusciamo a capirla anche se è in hindi senza sottotitoli. Il vero spettacolo però non è il film, bensì il pubblico accanto a noi. I cellulari trillano in continuazione con suonerie al massimo volume, tutti parlano tranquillamente al telefono senza preoccuparsi di disturbare il vicino; anzi alzano la voce quando la colonna sonora del film è troppo forte. I bambini girano indisturbati fra i sedili e gridano, piangono, ridono, giocano e corrono, ovviamente senza che nessuno faccia loro osservazione.


Durante la pausa tra il primo e il secondo tempo un ragazzo passa per prendere le ordinazioni del cibo. Guardiamo la seconda parte del film "inebriati" dal profumo di hamburgers, patatine fritte e noodles. Ci facciamo prendere dall´entusiasmo e ordiniamo anche noi pop corn e coca cola, secondo noi più adatti a una sala cinematografica.


 


Alle ore 20:00 ci rechiamo in stazione per prendere il treno che ci riporterà a Delhi. La stazione è affollata di viaggiatori e mendicanti. Non abbiamo pace, tutti ci chiedono qualcosa. Non possiamo neanche pensare di dare qualcosa a qualcuno; se lo facessimo in un attimo saremmo assaliti da altri mendicanti e la situazione diventerebbe presto ingestibile.


 


Sui pavimenti e sui marciapiedi all´interno della stazione vive una folla di storpi e di diseredati in attesa di chissà che cosa.


Intanto sui binari arrivano e ripartono i treni di seconda classe.


Ciò che vediamo ci lascia a bocca aperta: i convogli sono stipati all´inverosimile e viaggiano con le porte spalancate con alcuni passeggeri aggrappati all´entrata, mezze fuori e mezze dentro o sistemate in qualche modo sul predellino. Ho letto da qualche parte che il numero dei morti in incidenti ferroviari in India è impressionante e davanti a questo spettacolo non stento a crederlo.


Ogni vagone ha le sbarre ai finestrini, da cui spuntano braccia scheletriche e mani; appartengono ai passeggeri che cercano di comprare cibo e acqua venduto dagli ambulanti sulla banchina.


E´ un vociare continuo di ordinazioni dall´interno del treno e di offerte urlate da fuori. Nessuno osa alzarsi per timore di perdere il proprio posto a sedere e tutti si accalcano disperati ai finestrini.


Riusciamo a intravedere le facce allucinate di chi sta all´interno: bambini stravolti dal caldo, donne rassegnate e uomini indaffarati a procurare qualcosa da mangiare per la loro famiglia. Fuori fa molto caldo ma all´interno la temperatura deve essere insopportabile.


E´ arrivato il nostro treno, confortevole e fresco di aria condizionata.


Mi siedo e non riesco a non sentirmi un po´ in colpa nei confronti dei viaggiatori indiani.


 


 


 


17 e 18/8/07


ULTIMI GIORNI A DELHI


La nostra vacanza sta finendo. Oggi è l´ultimo giorno che passeremo a Delhi. Visitiamo l´India Gate e poi a piedi proseguiamo per Jangpat.


Facciamo un po´ di acquisti, cinture, collane, copriletti e statuette di Ganesh.


Il caldo è insopportabile e abbiamo continuamente la sensazione di essere sporchi. Girare nelle vie diventa faticosissimo a causa dell´umidità, ogni tanto facciamo sosta in qualche bar per godere dell´aria condizionata.


Decidiamo di passare l´ultimo giorno in attesa nella hall dell´hotel; non abbiamo voglia di sudare e passiamo le 4 ore che ci separano dal pick up seduti al fresco.


Praticamente passiamo la nostra ultima giornata in India in attesa.


All´aeroporto aspettiamo in una sorta di "limbo". Non possiamo entrare in aeroporto troppo presto e quindi siamo costretti a pagare un biglietto per accedere alla sala d´aspetto esterna e poter usufruire dei servizi igienici e del ristorante.


I soliti diseredati che non si possono permettere il biglietto d´entrata bivaccano all´esterno in attesa del loro volo.


In ogni momento le circostanze ci ricordano che siamo dei privilegiati, obbligandoci a guardare in faccia una realtà che non possiamo ignorare.


La calma e la serenità del Ladakh sono lontani anni luce.


 

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